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Mai più Amin, Ullah, Amjad e Waseem. Mai più disumanità. Mai più sfruttamento. Questo lo slogan della manifestazione nazionale proclamata da Flai Cgil per oggi, sabato 6 giugno, ad Amendolara (Cosenza), a seguito dell’uccisione dei quattro operai agricoli, più grande aveva 29 anni, bruciati vivi nel rogo di un minivan e del ferimento di un altro giovane lavoratore.
Un corteo per le vittime
Il concentramento è previsto in viale Lagaria 308 alle 16, verrà deposta una corona di fiori sul luogo dell’omicidio, il distributore di benzina sulla statale 106, infine il corteo raggiungerà piazza Fanfani dove si terranno gli interventi, conclusi dal segretario generale Flai Giovanni Mininni e dal segretario generale Cgil Maurizio Landini.
Un’iniziativa che interpella le istituzioni che devono vigilare, controllare, prevenire, indagare e reprimere, chiama in causa le aziende disoneste che si servono del sistema dello sfruttamento e del caporalato, vuole scuotere le coscienze di chi si gira dall’altra parte facendo finta di non vedere, inchioda alle sue responsabilità un governo che non fa niente per cambiare lo stato di cose, nemmeno usare le opportunità offerte dai finanziamenti europei del Pnrr per superare i ghetti, 200 milioni di euro che non verranno usati se non in minima parte.
Chi reclama i propri diritti
Ad accompagnare i manifestanti, una rivendicazione: chi reclama i propri diritti non può finire così. Sembrerebbe ovvia, ma i quattro ragazzi, il più grande aveva 29 anni, sono finiti così, bruciati vivi dai loro caporali, proprio perché avevano reclamato i loro diritti, un contratto o la paga che non gli veniva corrisposta da un mese.
I dettagli di quanto è accaduto il primo giugno in quel distributore Ip li conosciamo perché un quinto operaio, Taj Mohammad Alamyar, è riuscito a sfuggire alle fiamme e a mettersi in salvo anche se con ustioni su braccia e torace.
Il contratto che non c’era
E stanno emergendo nelle indagini degli inquirenti che hanno portato all’arresto per omicidio di Ali Razi e Safeer Ahmed, due caporali pakistani che tenevano in condizione di schiavitù i lavoratori. Dodici pagine in cui il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Castrovillari mette insieme i fatti e prova a immaginare il movente: il contratto che non c’era e che veniva appunto reclamato. Un gesto brutale di ritorsione, quindi, verso chi chiedeva solo di essere pagato per il suo lavoro.
Crimine politico e sociale
“Quello che è successo in Calabria non è un semplice fatto di cronaca nera o l'ennesimo incidente sul lavoro dichiara Giovanni Mininni -, ma un crimine politico e sociale, un orrendo atto di ritorsione contro chi ha avuto il coraggio di pretendere che il proprio lavoro fosse retribuito. Questa vicenda rappresenta il fondo di una barbarie para schiavistica. Domani ad Amendolara, insieme a Maurizio Landini, alle lavoratrici e ai lavoratori che arriveranno da tutta Italia, non andremo solo a piangere le vittime. Andremo a pretendere risposte dalla politica e dalla magistratura. Non ci basta più l'arresto del caporale di turno, che è solo un anello della catena dello sfruttamento”.






















