Si può ancora scrivere di poesia, e quanto riesce a scavare ancora nell’animo di chi la legge? Se poi queste poesie traducono in versi una tragedia immane come quella delle morti sul lavoro, quali emozioni riescono a provocare? Sono queste alcune delle domande che scaturiscono dalla raccolta Lavorare da morire… e raccontarlo in versi (Edizioni Croce, pp. 178, euro 16,90), un volume che sceglie come soggetto trenta morti sul lavoro; morti che da semplici numeri tornano come esseri umani attraverso il racconto delle loro storie, seguendo una traccia cronologica che dal più giovane (14 anni) arriva a “Calce e cemento”, componimento dedicato a Carlo Maccari, morto nel 2005 all’età di 56 anni. In appendice, altri versi per ricordare tutti i morti sul lavoro, grazie alla penna ispirata di Gianni Mereu, già autore di diverse pubblicazioni poetiche dal forte impegno sociale.

Come nasce l’idea di una denuncia in forma poetica dei morti sul lavoro?
La forma poetica è arrivata lentamente, perché all’inizio volevo soltanto scrivere qualcosa; poi mi sono reso conto che la descrizione in prosa era meno efficace, anche perché la poesia, da sempre, e non lo dico io, ha una tensione emotiva molto più forte. Non a caso, il più importante dei libri della storia della nostra letteratura, la Divina Commedia, è in forma poetica. A Dante Alighieri sono molto legato perché ho iniziato a studiarlo tardi, dopo i quarant’anni.

Come mai?
Sono un lettore particolare, avendo conseguito da adulto il diploma di perito agrario in cinque anni come privatista presso l’istituto agrario Garibaldi di Roma. Non ho fatto cinque anni in uno, come qualcuno mi aveva suggerito, ho voluto prendere il part-time al lavoro, rinunciando alla metà dello stipendio, per poter studiare, appassionandomi in particolare alla poesia, di tutti i tipi, compresi i latino-americani, studiando la lingua spagnola.

Questa sua raccolta sembra ispirarsi alla Spoon River di Edgar Lee Masters…
In effetti è così. Leggendo poesia ho incontrato anche l’antologia di Spoon River, emozionandomi perché sono le persone stesse che raccontano le loro storie. E allora ho pensato che per questa mia raccolta dovevano essere gli operai a raccontare con forza e coraggio il loro dramma, dandogli direttamente voce. Non è stato facile, perché una cosa è scrivere in terza persona, altra in prima, dove si devono interpretare i protagonisti nel loro essere lavoratori e cittadini, appartenenti alla classe operaia, e nel fare questo mi sono chiesto: se questo è un libro scritto per i lavoratori, da lavoratori morti per lavoratori vivi, con quale linguaggio bisogna far capire chi fossero questi lavoratori? Come scrivere poesia su un tema così delicato?

E quale risposta si è dato?
Che dovevo usare un linguaggio operaio, semplice, perché questo libro è rivolto alla classe operaia, ai sindacati, ai lavoratori per la sicurezza. Un linguaggio semplice, non ermetico, come invece tanta altra poesia.

Cosa ne è emerso?
Secondo me un elemento importante è il contesto di ogni singolo dramma: il cantiere, il posto di lavoro, i campi, la fabbrica. Oltre a questo mi sono impegnato in studi appropriati di quel giorno specifico di cui il lavoratore è tragico protagonista, la situazione, le condizioni atmosferiche. E per ognuno di questi personaggi ho voluto descrivere il contesto utilizzando anche la figura retorica della personificazione, facendo parlare un mandorlo in fiore, o la miniera, la locomotiva, la “pressa assassina”. Mi piace ricordare di aver fatto parlare per un’intera poesia il trattore agricolo, sul quale ho lavorato due anni in una cooperativa: il trattore narrante la morte del contadino, che muore sotto il suo peso.

Leggendo le notizie della cronaca più recente, basti pensare ad Amendolara, alcune di queste poesie, alcuni versi in particolare, sembrano essere scritti quasi in tempo reale. Non è cambiato nulla da Marcinelle, tra le tragedie incluse nel libro, a oggi?
Questo è un tasto dolente, perché più passano gli anni, più mi arrabbio. Queste vicende si ripetono costantemente in questo Paese, e ogni volta ci chiediamo come sia possibile. Eppure accade, e sembra come se fosse una catastrofe fatale, inevitabile, mentre le cose sono determinate dalla mancata applicazione delle normative sulla sicurezza. Certo, poi ci sono fatti efferati, o tragiche fatalità, ma è raro.

Nel libro ne sono contenuti alcuni.
Ne cito due: Jerry Essan Masslo, 30 anni, ucciso a colpi di pistola (“Avevo un sogno…”, e Ian Cazacu, 40 anni, bruciato vivo nel 2005 dal suo datore di lavoro per aver avuto l’ardire di chiedere di essere pagato. I braccianti assassinati l’altro giorno avranno anche loro chiesto quello che gli spettava, il dovuto. La verità è che i caporali sono dappertutto, e vogliono sfruttare il lavoratore.

Come si può combattere tutto questo?
Da pochi giorni abbiamo festeggiato la Repubblica, la Carta costituzionale, che nel suo Articolo 1 scrive di essere fondata sul lavoro: a me pare fondata sullo sfruttamento del lavoro. Ci troviamo di fronte a una realtà di neoschiavismo, di lavoro precario per pochi euro l’ora, e conosco persone immigrate che vengono pagate pochi euro ogni tanto, non ogni ora. Poi vengono buttate via, o brutalizzate, o abbandonate come bestie ai bordi di un campo. Situazioni drammatiche di cui ogni volta ci meravigliamo, ci indigniamo, ma non riusciamo a essere efficaci con gli ispettori del lavoro, sempre insufficienti. I datori di lavoro lo sanno, e per questo il mondo del lavoro si è imbarbarito; deve esserci un impegno maggiore da parte di tutti, cambiando linguaggio. Giuseppe Di Vittorio girava per le campagne: dobbiamo tornare nei luoghi di lavoro, per incontrare i nuovi schiavi.