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La chiusura dei cracking di Priolo e Brindisi, avviata nel corso del 2025, non è stata soltanto la fine di due importanti impianti. È stata l’atto simbolico di una resa industriale consumata nel silenzio della politica. In meno di dodici mesi la chimica di base italiana è uscita dalle priorità nazionali: mentre Eni ha compiuto una scelta industriale, lo Stato ha rinunciato a compierne una politica. Non parliamo di una crisi improvvisa, ma di una ritirata progressiva, accompagnata da parole come “transizione” e “riconversione”, spesso prive di contenuti industriali vincolanti.
Scelte che hanno aperto una faglia profonda, rivelando quanto fragile fosse già l’intero settore. Ma il dato politico più rilevante è un altro: in Italia nessuno degli ultimi governi ha provato a esercitare un vero indirizzo strategico su un comparto che l’Europa continua a considerare essenziale per la competitività manifatturiera.
Brindisi, 17 febbraio 2025 – iniziativa pubblica contro la dismissione della chimica di base
A distanza di un anno dallo spegnimento degli ultimi cracking, gli effetti di quella decisione stanno emergendo lungo tutta la filiera industriale. Dopo le difficoltà registrate nei principali poli produttivi, la crisi sta ora crescendo di livello, raggiungendo il tessuto più diffuso della chimica italiana. Nelle ultime settimane Collettiva sta registrando una lunga serie di vertenze nei distretti industriali chimici disseminati lungo lo Stivale. A entrare in difficoltà sono aziende che producono detergenti e prodotti per la cura della persona, imprese della filiera dei colori e degli inchiostri, fabbriche di plastiche tecniche e materiali per l’imballaggio. Realtà spesso meno visibili rispetto ai grandi impianti petrolchimici, ma decisive per l’equilibrio della manifattura nazionale.
È questa la seconda fase della crisi: quella che rischia di trasferirsi dal livello più strutturato della filiera industriale al tessuto più fragile e diffuso delle piccole e medie imprese chimiche presenti su tutto il territorio nazionale.
Questo processo si inserisce inoltre in un contesto internazionale sempre più instabile. L'invasione militare della Russia ai danni dell'Ucraina continua a produrre effetti sui prezzi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento europee. A questa tensione si è aggiunta l’escalation militare in Medio Oriente dopo i bombardamenti degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran. Un conflitto che coinvolge direttamente una delle rotte energetiche più sensibili del pianeta, lo stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale. In un settore come quello chimico, fortemente dipendente dall’energia e dalla stabilità delle forniture, l’instabilità geopolitica non fa che aggravare una fragilità industriale già esistente.
Un anno di mobilitazione per salvare la chimica
L’ultimo anno è stato segnato da una mobilitazione continua della Cgil e della Filctem, una vertenza nazionale in difesa della chimica di base. Assemblee nei siti produttivi, stati di agitazione, scioperi e iniziative pubbliche hanno attraversato Priolo, Brindisi, Porto Marghera, Ferrara, Mantova, Ravenna e Taranto, con un messaggio costante: senza chimica di base non esiste manifattura avanzata, non esiste autonomia industriale, non esiste transizione giusta.
La chimica è strategica per tutti i Paesi europei. Per l’Italia no?
Fin dall’inizio della vertenza, la Filctem Cgil ha denunciato il rischio di una dipendenza strutturale dall’estero per le molecole strategiche, chiedendo un piano industriale nazionale, investimenti pubblici, garanzie occupazionali e una strategia energetica coerente. “La chimica è strategica per tutti i Paesi europei, ma per l’Italia no?”, ha ripetuto in più occasioni il segretario generale Marco Falcinelli, accusando il governo di incoerenza tra dichiarazioni di principio e scelte concrete.
Una battaglia che, paradossalmente, ha trovato più ascolto a Bruxelles che a Roma. Proprio mentre in Italia si riduceva la capacità produttiva, nelle istituzioni europee prendeva forma un dibattito sempre più esplicito sulla necessità di difendere e rilanciare la chimica come pilastro della sovranità industriale del continente.
Il piano d’azione Ue
L’Europa rilancia la chimica, l’Italia si sfila
Mentre in Italia la chimica di base viene smantellata, l’Europa rivendica la necessità di rilanciarla come asse strategico della politica industriale. L’8 luglio 2025 la Commissione europea ha presentato il piano d’azione per l’industria chimica, annunciato all’interno del Clean Industrial Deal, con l’obiettivo di sostenere, rafforzare e modernizzare il comparto nel pieno della transizione energetica e digitale. Per Bruxelles la chimica non è un retaggio del passato, ma un pilastro della sovranità industriale europea, senza il quale la transizione verde rischia di dipendere da fornitori extraeuropei.
La chimica è un pilastro della sovranità industriale europea
Il piano punta a garantire in Europa la produzione di sostanze fondamentali come ammoniaca, cloro, metanolo ed etilene. Sono previsti strumenti di semplificazione normativa, misure per contenere i costi energetici, sostegno alla domanda e incentivi per evitare la chiusura degli impianti e le delocalizzazioni. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’Europa ripeta quanto già accaduto nel fotovoltaico o nelle batterie, dove la perdita della produzione interna ha generato una dipendenza strutturale dall’Asia.
Il contesto è critico: negli ultimi due anni l’industria chimica europea ha perso circa il 9% della capacità produttiva, con una stima di oltre 20.000 posti di lavoro diretti cancellati e migliaia nell’indotto. Tra le cause vengono indicati soprattutto l’alto costo dell’energia rispetto ai principali concorrenti, la competizione degli Stati Uniti e la pressione della Cina, accusata di immettere sul mercato prodotti a prezzi di dumping.
Non a caso il 5 febbraio 2026 IndustriAll Europe è scesa in piazza a Bruxelles, con la partecipazione, tra gli altri, della Fiom e della Filctem, chiedendo un ammortizzatore sociale europeo per gestire le crisi industriali, regole stringenti sull’uso dei fondi pubblici, investimenti per ridurre il costo dell’energia e misure concrete a sostegno della produzione europea.
Il vicepresidente della Commissione Stéphane Séjourné ha esplicitamente indicato la necessità di mantenere in Europa la presenza degli steam cracker. Una linea opposta rispetto alle scelte compiute in Italia, dove Eni ha sancito la chiusura degli ultimi impianti.
La contraddizione è resa ancora più evidente dal fatto che nei negoziati europei il governo italiano sostiene formalmente la strategia comunitaria di difesa della chimica e della manifattura di base, partecipando ai tavoli della Commissione Europea sul Critical Chemicals Act e il Clean Industrial Deal e alle altre iniziative per ridurre i costi energetici e contrastare le delocalizzazioni. A Bruxelles l’Italia vota per proteggere la chimica europea, a Roma accetta di smantellare la propria.
Il ruolo strategico del cracking
Cresce la dipendenza, crolla la competitività
L’effetto delle chiusure di Priolo e Brindisi non si è fermato in Sicilia e in Puglia. In pochi mesi la crisi della chimica di base ha assunto un volto nazionale. Non singole vertenze isolate, ma una traiettoria comune di arretramento industriale che attraversa il Paese.
Gli impianti di cracking non sono fabbriche come le altre. Sono il cuore della chimica moderna: trasformano idrocarburi in molecole fondamentali come etilene, propilene e butadiene, indispensabili per plastiche, fibre tessili, gomma, fertilizzanti, vernici, detergenti, componenti per l’automotive, elettronica, edilizia e biomedicale, dai dispositivi medici ai materiali per farmaci e packaging sanitario. Senza cracking, non esiste una filiera chimica autonoma.
Questi sistemi svolgono anche una funzione decisiva nella transizione circolare delle plastiche. Sono l’unico anello industriale in grado di chiudere il ciclo del riutilizzo: solo attraverso il cracking l’olio ottenuto dal riciclo chimico e meccanico delle plastiche, può essere riconvertito in molecole base con qualità equivalente a quella della materia prima vergine. Senza steam cracker, il riciclo chimico resta un processo incompleto, incapace di generare una vera circolarità industriale.
Con la chiusura degli ultimi impianti italiani, l’approvvigionamento di queste molecole è diventato interamente dipendente dall’estero e soggetto alle oscillazioni del mercato globale, ai prezzi dell’energia, alle tensioni geopolitiche e alle strategie dei grandi produttori internazionali. È una scelta che trasferisce all’estero una parte della sovranità industriale italiana.
Gli impianti di cracking sono il cuore della chimica moderna
C’è un altro tema cruciale: la qualità delle materie prime importate. L’Europa, e l’Italia in particolare, dipende sempre più da flussi provenienti dal Medio Oriente e dall’Asia, dove la produzione è orientata ai volumi e ai costi più che alla standardizzazione delle specifiche per l’industria manifatturiera europea. Ne deriva una maggiore variabilità qualitativa degli intermedi chimici, che può incidere sulla resa produttiva, sulla sicurezza dei processi e sulla competitività delle filiere a valle.
A questa dipendenza si aggiunge un paradosso ambientale. L’importazione massiccia di prodotti intermedi via nave aumenta il traffico marittimo, le emissioni legate alla logistica e il rischio industriale nei porti, spostando l’impatto ma non riducendolo. La transizione, in questo caso, non riduce l’impronta della chimica: la delocalizza.
Ferrara, 11 febbraio 2025 – Attivo dei lavoratori Eni Versalis del Quadrilatero Padano. La chiusura del cracking di Brindisi produce effetti negativi su tutta la filiera
La mappa dell’arretramento industriale
Una chimica accompagnata all’uscita
Osservando il Paese nel suo insieme, la crisi della chimica non appare più come una somma di vertenze locali, ma come una mappa dell’arretramento industriale. Dal Nord al Sud, i poli storici vengono ridimensionati, riconvertiti o svuotati senza un disegno comune. La chimica di base scompare dalle priorità nazionali e lascia territori interi senza una prospettiva produttiva.
Non è una crisi improvvisa. È il risultato di scelte accumulate nel tempo, rese possibili dall’assenza di una politica industriale capace di coordinare siti, filiere e investimenti.
Città e storie diverse, accomunate da un’unica traiettoria: la chimica non viene rilanciata, viene accompagnata lentamente all’uscita
Il Quadrilatero si riduce
Nel cuore produttivo del Paese, quello che per decenni è stato il “Quadrilatero” della chimica italiana, la crisi segue una traiettoria comune: riduzione strutturale, frammentazione, svuotamento progressivo. Questi poli erano anelli della stessa catena industriale: lavoravano le molecole prodotte dai cracking di Priolo e Brindisi, trasformandole in intermedi e prodotti ad alto valore per la manifattura italiana ed europea. Già oggi l’approvvigionamento di molecole avviene sul mercato estero.
A Ferrara il polo chimico produce elastomeri che sono delle gomme sintetiche. Il sito è focalizzato sulla ricerca e lo sviluppo di polimeri, anche da fonti circolari. L’attività è entrata in una fase di contrazione, con produzioni ridotte e un indotto sempre più fragile. Il sindacato chiede investimenti su ricerca e innovazione per evitare una riconversione verso attività più marginali.
A Mantova lo stabilimento ospita impianti per la produzione di polistirene e, soprattutto, rappresenta un polo all'avanguardia per il riciclo chimico della plastica. La crisi si manifesta nella frammentazione produttiva. La Filctem denuncia il rischio di una dismissione silenziosa e rivendica un piano unitario per il sito, capace di tenere insieme produzione, occupazione e sicurezza.
A Porto Marghera, dopo la chiusura degli impianti di cracking e aromatici nel 2022, la riconversione nella produzione di biocarburanti e polimeri riciclati non sta fornendo le stesse garanzie occupazionali del passato.
Ravenna rappresenta un altro volto dell’arretramento: impianti a regime ridotto, incidenti e fermate anomale, con la Filctem che denuncia organici insufficienti, carichi di lavoro crescenti e una manutenzione compressa.
Livorno e Taranto: transizioni indefinite, futuro sospeso
Fuori dal Quadrilatero, Livorno e Taranto restano snodi strategici dove chimica e raffinazione sopravvivono, ma senza una direzione industriale definita.
A Livorno la transizione è fatta di annunci senza certezze. La Filctem e la Cgil chiedono investimenti industriali, un piano occupazionale di lungo periodo e il coinvolgimento delle istituzioni, denunciando il rischio di una trasformazione che cancelli lavoro senza creare nuova industria. Il territorio perde centralità produttiva, i lavoratori restano in attesa.
A Taranto, con il riassetto societario di Eni e la nascita di Eni Industrial Evolution, il futuro della raffineria resta incerto. Il sindacato rivendica un piano industriale vincolante e garanzie occupazionali, temendo che la transizione diventi una leva per ridurre perimetro produttivo e occupazione. È l’ennesimo caso di decisioni senza una visione complessiva di filiera.
Gela, Ragusa e Porto Torres: il Sud lasciato indietro
Nel Mezzogiorno la crisi è più netta, perché alle dismissioni si sommano ritardi infrastrutturali, bonifiche incomplete e assenza di politiche industriali.
A Gela il ridimensionamento della chimica e della raffinazione ha lasciato un territorio sospeso. L’Area di crisi industriale complessa non ha prodotto una riconversione organica: investimenti, bonifiche e infrastrutture procedono a rilento, mentre lavoro e indotto si riducono e con esse le opportunità lavorative.
A Ragusa l’uscita dalla chimica è stata definitiva. La chiusura dello stabilimento di polietilene ha segnato la fine di una presenza industriale storica, senza una riconversione capace di assorbire occupazione e competenze.A Porto Torres la transizione verso la chimica verde resta incompiuta. Tra annunci e progetti ridimensionati, il sito è privo di un piano industriale di lungo periodo, mentre lavoro e competenze continuano a ridursi. Il sindacato chiede progetti industriali vincolanti per evitare una marginalizzazione permanente.
Brindisi e Priolo: il banco di prova
A Brindisi, dove è stato spento uno degli ultimi impianti di cracking del Paese, il confronto si concentra sul futuro delle aree industriali e sul rilancio della filiera. Sul tavolo ci sono il progetto di una gigafactory ancora in attesa della decisione finale del CdA di Eni, l’ipotesi di insediamenti ad alta intensità tecnologica, le bonifiche su suolo e falda per migliaia di ettari e la possibilità di cedere l’impianto a un operatore internazionale in una fase in cui l’Europa torni a investire sulla chimica di base.
A Priolo, dove l’altro cracking è stato fermato, la Cgil e la Filctem chiedono che i risparmi generati dalla chiusura di Versalis e dalla partnership con Q8 – stimati in circa 500 milioni di euro – vengano integralmente reinvestiti in Sicilia. Il sindacato sollecita Eni a rispettare gli impegni assunti con il governo regionale e con il territorio, chiedendo trasparenza sulle risorse liberate dall’operazione e un piano industriale che garantisca sviluppo e occupazione.
Il vuoto a monte
Il prezzo dell’assenza dello Stato
Eni ha scelto di uscire progressivamente dalla chimica tradizionale, privilegiando energia, bio e finanza industriale. Una scelta coerente con le proprie strategie di mercato, ma con un impatto sistemico su un settore intero. Quando un gruppo a partecipazione pubblica riduce o abbandona la chimica di base, la questione non è solo aziendale, ma politica.
Lo Stato non ha esercitato alcun ruolo di indirizzo. Non ha definito obiettivi, non ha posto condizioni, non ha costruito alternative industriali credibili. Le istituzioni hanno rincorso le decisioni di Eni, limitandosi a gestire le ricadute sociali invece di governare le trasformazioni. Il risultato è una responsabilità di sistema: un’impresa che disinveste, uno Stato che non pianifica, una politica industriale che non esiste.
Gli effetti non si fermano ai siti oggetto di chiusura. La crisi si propaga lungo tutta la catena del valore, coinvolgendo gli stabilimenti che lavorano a valle nei distretti chimici distribuiti sul territorio nazionale. Dalla Lombardia al Veneto, dall’Emilia-Romagna al Piemonte, fino ai poli del Centro-Sud, emergono segnali ricorrenti: aziende in difficoltà, ricorso crescente agli ammortizzatori sociali, rallentamenti produttivi e incertezze sugli investimenti.
La crisi della chimica di base ha assunto un volto nazionale. Non singole vertenze isolate, ma una traiettoria comune di arretramento industriale che attraversa il Paese
La chimica di base è l’infrastruttura invisibile del manifatturiero italiano. Se si indebolisce il primo anello, l’impatto attraversa comparti strategici come alimentare, tessile, plastica, automotive, farmaceutico. Non è un problema circoscritto a singoli territori: è un rischio sistemico per l’intero apparato industriale.
La mobilitazione della Filctem Cgil e il conflitto aperto
Di fronte allo smantellamento della chimica di base, la Filctem e la Cgil hanno scelto di non restare in silenzio. Nell’ultimo anno assemblee, scioperi, presìdi e richieste di confronto hanno attraversato i territori colpiti dalle dismissioni, da Priolo a Brindisi, fino agli altri poli chimici del Paese.
Il segretario generale della Filctem Cgil, Marco Falcinelli, ha denunciato la contraddizione tra le politiche europee e le scelte italiane. Mentre Bruxelles individua la chimica come asse strategico per la competitività manifatturiera e la sovranità industriale, in Italia si procede senza un disegno complessivo, lasciando che la ristrutturazione avvenga per sottrazione di capacità produttiva.
Per il sindacato, la competitività non può essere costruita sulla compressione dei salari o sulla precarizzazione, ma su qualità, investimenti, formazione e governo pubblico della transizione. Senza una strategia nazionale, si rischia di affrontare le crisi esclusivamente con ammortizzatori sociali, senza pretendere impegni industriali dalle imprese e senza mettere in campo strumenti di politica industriale.
Dietro ogni impianto che chiude o riduce la produzione ci sono lavoratori che perdono certezze, competenze che rischiano di disperdersi, territori industriali che vedono erodersi la propria base produttiva. Non è solo una questione occupazionale. È una questione di modello di sviluppo, di equilibrio tra mercato e interesse pubblico, di diritto al lavoro e alla continuità industriale del Paese.
Lo Stato non ha esercitato alcun ruolo di indirizzo. Non ha definito obiettivi, non ha posto condizioni, non ha costruito alternative industriali credibili
La scelta di non scegliere
Alla fine la domanda decisiva non è perché Eni esca dalla chimica di base, ma perché lo Stato glielo consenta. In un settore che l’Europa considera strategico, l’Italia rinuncia a esercitare qualunque funzione di indirizzo, limitandosi ad accompagnare le scelte dell’impresa invece di governarle.
Quando un gruppo a partecipazione pubblica dismette un pilastro industriale senza che esista un piano nazionale, il problema non è solo aziendale. È politico. È lo Stato che sceglie di non scegliere, accettando la perdita di capacità produttiva, di competenze e di lavoro come un prezzo inevitabile. Ed è una scelta che svuota di contenuto anche la stessa transizione: senza impianti di cracking, l’economia circolare delle plastiche resta una promessa incompiuta, perché manca l’anello industriale capace di riportare il materiale riciclato allo stato di vera materia prima.
Così la chimica italiana arretra senza un atto formale, senza un dibattito pubblico, senza una decisione esplicitata. Non perché non serva più, ma perché nessuno si assume la responsabilità di difenderla. Ed è questa, oggi, la vera resa industriale del Paese.






































