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“Le sue decisioni ambigue sulla chimica di base continuano a esporre il nostro Paese a rischi industriali e strategici sempre più evidenti”. È un passaggio diretto, senza giri di parole, quello con cui il segretario generale della Cgil Maurizio Landini e quello della Filctem Marco Falcinelli si rivolgono al ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. La richiesta della lettera è netta: “Una presa di posizione pubblica chiara” su un settore considerato decisivo per il futuro produttivo del Paese.
Il protocollo della discordia
Al centro della contestazione c’è il protocollo firmato il 10 marzo 2025 tra il ministero ed Eni, che di fatto apre alla dismissione della chimica di base in Italia, giudicata “non più sostenibile in Europa”. Una linea che, denunciano i sindacalisti, entra in aperta contraddizione con il non-paper sottoscritto pochi giorni dopo insieme ad altri Paesi europei, dove invece la chimica di base viene indicata come “settore strategico da difendere e rilanciare”.
La crisi in Medio Oriente
Una contraddizione che oggi pesa ancora di più alla luce dello scenario internazionale. “La crisi geopolitica in Medio Oriente e le tensioni con l’Iran – scrivono Landini e Falcinelli – stanno dimostrando in modo inequivocabile quanto sia pericoloso dipendere dall’estero per materie prime e intermedi chimici fondamentali”. In questo contesto, aggiungono, smantellare la capacità produttiva nazionale non è solo miope, ma “strategicamente irresponsabile”.
Eni e lo smantellamento programmato
Nel mirino anche il ruolo di Eni, azienda a partecipazione pubblica, accusata di dismettere la chimica e di ostacolare soluzioni alternative. La chiusura degli ultimi impianti di cracking di Brindisi e Priolo rischia di produrre un effetto domino su altri poli industriali come Ferrara, Ravenna e Mantova. Il conto occupazionale è pesante: oltre 20 mila lavoratori diretti e dell’indotto coinvolti, che diventano fino a 200 mila considerando l’intera filiera petrolchimica.
La mancanza di una strategia
“Non è in gioco solo il destino di alcuni stabilimenti, ma la tenuta industriale dell’Italia”, avvertono i dirigenti sindacali. Il paradosso, sottolineano, è evidente: mentre l’Europa discute di autonomia strategica e difesa delle filiere, l’Italia sembra muoversi nella direzione opposta. Da qui la richiesta finale: “Attendiamo una risposta chiara”.























