“Se questo Paese vuole ancora far parte del G7, deve investire sull'industria e sui suoi lavoratori, soprattutto in un contesto quale quello attuale di crisi geopolitica e di guerra”. Con queste parole il segretario generale Fiom Cgil Michele De Palma ha presentato oggi (mercoledì 4 marzo) a Roma lo studio “Stato e tendenza dell’industria metalmeccanica italiana”.

L’indagine, realizzata dal Centro studi della Federazione, guidato da Matteo Gaddi, ha analizzato i principali dati relativi alla metalmeccanica. Dai numeri emergono le “debolezze strutturali” del settore: la piccola dimensione d'impresa, l'incompletezza delle filiere industriali, la forte dipendenza dall'estero e i bassi investimenti.

De Palma, Fiom: “Sempre più a rischio deindustrializzazione”

“Lo stato dell’industria italiana, a partire da quella metalmeccanica, contrariamente a chi dice che va tutto bene, è drammatico”, spiega De Palma: “Tra il 2008 e il 2024 abbiamo perso 103 mila lavoratrici e lavoratori nella sola area del manifatturiero metalmeccanico, quindi una perdita secca da un punto di vista occupazionale”.

E la situazione col tempo non migliora: “Tra il 2024 e il 2025 abbiamo visto aumentare il numero di ore di cassa integrazione, perché siamo passati da 260 milioni di ore a un consolidato di 308 milioni. Questi numeri sono persone: nel nostro Paese sono a rischio più di 148 mila lavoratrici e lavoratori metalmeccanici”.

De Palma mette l’accento sulla perdita di sovranità industriale. “Non basta rinominare il ministero dello Sviluppo economico come ministero del Made in Italy per salvaguardare la struttura industriale nazionale. Di made in Italy ormai sono rimasti sono le lavoratrici e i lavoratori”, spiega il leader sindacale: “Stiamo assistendo alla progressiva perdita di sovranità industriale. Basta farsi un giro per il Paese per rendersi conto che nel corso degli ultimi anni abbiamo venduto aziende di particolare eccellenza”.

Un altro problema è il nanismo industriale. “Piccolo non è bello, essere piccoli è un problema”, illustra De Palma: “Essere piccoli vuol dire non avere la capitalizzazione necessaria per fare gli investimenti, negoziare i volumi, realizzare economie di scala. La questione della dimensione d’impresa dovrebbe essere una priorità di politica industriale del nostro governo e del sistema delle aziende”.

Altro tema centrale è il costo dell’energia. “Il governo – suggerisce De Palma – deve intervenire subito, anzitutto disaccoppiando il costo dato dalle fonti rinnovabili dal costo delle fonti non rinnovabili, perché il mercato è già impazzito dal punto di vista del costo di quell'energia. E noi corriamo il rischio di avere un effetto su famiglie, lavoratori e imprese, che potrebbe mettere fuori gioco gli investimenti".

Il segretario Fiom evidenzia anche che “quanto sta succedendo in queste ore sarà un ulteriore colpo al nostro sistema industriale. La situazione geopolitica che si sta determinando, con l’aumento dei costi dell’energia e le difficoltà di accesso ai mercati, può provocare un effetto domino sull’andamento dell'inflazione, causando un forte danno a imprese e lavoratori”.

Michele De Palma così conclude: “I tavoli al ministero delle Imprese sono ovviamente importanti per affrontare le singole situazioni, ma visto lo scenario di carattere generale, è urgente che la presidenza del Consiglio convochi un tavolo sull'industria manifatturiera metalmeccanica. Per avere un futuro il Paese deve mantenere la propria struttura industriale: è necessario, dunque, fare un piano straordinario per l'industria”.

Cala l’occupazione, aumenta la cassa integrazione

L’occupazione è in progressivo calo: dal 2008 al 2024 sono stati persi 103.775 posti di lavoro (nel 2008 i dipendenti erano 2.088.424, nel 2024 scendono a 1.984.649). I decrementi più significativi si registrano nella fabbricazione di prodotti in metallo (-39.387) nelle apparecchiature elettriche (-33.520), nel settore elettronica e ottica (-28.371)

Questo decremento sarebbe stato maggiore se non ci fosse stato un ampio ricorso agli ammortizzatori sociali. Prendendo in esame gli ultimi due anni, nel 2025 le ore di cassa integrazione sono state quasi 50 milioni in più rispetto all’anno precedente (nel 2024 erano 260 milioni 382 mila, nel 2025 sono 308 milioni 858 mila). Da rilevare, infine, che le ore di cassa integrazione del 2025 corrispondono a oltre 148 mila posti di lavoro.

Dimensione d’impresa: sempre più piccoli

L’industria metalmeccanica italiana è caratterizzata da alcune debolezze strutturali, a partire dalla piccola dimensione d’impresa: mediamente nell’Unione Europea un’azienda metalmeccanica conta 43,7 addetti, a fronte dei 29,8 dell’Italia.

Il divario si allarga mettendo a confronto Germania e Italia. Nel settore metallurgico, ad esempio, le microimprese (0-9 addetti) rappresentano il 50,8 per cento in Germania e il 63,8 per cento in Italia; di contro, le grandi imprese (oltre 250 addetti) rappresentano il 9 per cento in Germania e appena il 2 per cento in Italia.

Boom dei profitti, costo del lavoro stagnante

Il profitto delle imprese per ora lavorata è in costante aumento: se nel 2014 era di 13,59 euro, nel 2023 (quindi appena dieci anni dopo) balza a 23,73 euro. Una crescita di oltre dieci euro, pari al 74,6 per cento. Di gran lunga minore l’aumento del costo del lavoro, che nel periodo 2014-2023 è aumentato solo di 3,34 euro (+12 per cento).

Transizioni energetica e digitale: un Paese in ritardo

“La struttura industriale dell’Italia è inadeguata, dal punto di vista della capacità produttiva installata, ad affrontare la transizione energetica”, spiega la Fiom. Se guardiamo alla produzione di trasformatori e apparati per l’energia elettrica, vediamo che la produzione nazionale copre soltanto, rispettivamente, il 60 e il 79,2 per cento del fabbisogno; la parte restante è acquistata all’estero, prevalentemente in Europa (Germania, Francia, Repubblica Ceca, Ungheria) e Cina.

Anche per la transizione digitale l’apparato industriale italiano è inadeguato: la produzione domestica copre soltanto il 21,7 per cento del fabbisogno di apparati per le telecomunicazioni, mentre nel caso di apparati per l’information and communication technology (Ict) solo l’11,7 per cento. La dipendenza dalle importazioni dall’estero, prevalentemente da Paesi asiatici (come Cina, Vietnam e India), è dunque massiccia e preoccupante.

Sempre più scarsi gli investimenti

Gli investimenti in macchinari e impianti delle imprese manifatturiere in rapporto al pil sono scesi: nonostante una leggera ripresa negli ultimi anni trainata da Pnrr e incentivi pubblici (come Transizione 4.0), siamo ancora oltre 6,1 punti al di sotto del livello del 2000.

Se facciamo un confronto a livello internazionale, nel periodo 2006-2023 l’Italia è ultima con un rapporto tra investimenti e valore della produzione pari al 2,6 per cento, dopo Germania (2,9) e Giappone (2,7), ma soprattutto ampiamente staccata da Ungheria (4,6 per cento), Corea del Sud (4,3), Turchia (4,1), Polonia e Repubblica Ceca (entrambe a 3,7).

Stiamo perdendo la sovranità industriale

Le acquisizioni di imprese italiane dall’estero durante il Governo Meloni, quindi nel periodo tra novembre 2022 e gennaio 2026, sono state 255 di maggioranza e 60 di minoranza, oltre a 16 investimenti di capitale e tre joint venture. “Tra le imprese acquisite dall’estero – spiega la Fiom – è in via di completamento l’operazione relativa a Iveco in favore di Tata Motors, mentre è stata completata l’acquisizione di Piaggio Aero da parte dell’azienda turca Baykar Makina”.

I tavoli di crisi al ministero delle Imprese

Attualmente sono presenti 42 tavoli (attivi e di monitoraggio), mentre 43.117 sono le lavoratrici e i lavoratori coinvolti. I settori più colpiti sono la siderurgia con 16.307 addetti a rischio, l’automotive con 12.650, l’elettrodomestico con 7.740, le telecomunicazioni-informatica con 3.446, l’energia con 1.330 e l’aerospazio con 1,102. I numeri più rilevanti riguardano le aziende ex Ilva (11.373), Marelli Europe (5.920 addetti), Electrolux (4.657), Dana (3.800) e Denso Manufacturing (2.852).

Automobili: crollano produzione e investimenti

L’automotive è il settore che sta più pagando gli effetti della crisi dell’industria. Se nei primi nove mesi del 2000 la produzione nazionale si attestava a 1 milione 77 mila autovetture, nel 2025 crolla ad appena 179 mila, pari a un calo dell’83,3 per cento. Di conseguenza, l’Italia è costretta a esportare una parte consistente di componentistica: i principali Paesi verso i quali esportiamo sono Germania, Francia, Stati Uniti, Polonia e Spagna.

Passiamo alle importazioni. Le auto di cilindrata più piccola (inferiore a 1.000 cc) le importiamo principalmente da Spagna, Marocco, Romania, Repubblica Ceca e Turchia; quella di cilindrata compresa tra 1.000 e 1.500 cc principalmente da Spagna, Cina, Germania, Polonia e Marocco; con l’aumentare della cilindrata (compresa tra 1.500 e 3.000 cc) e con l’elettrificazione cresce invece il ruolo della Germania come Paese dal quale importiamo.

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“La presenza di Spagna e Marocco tra i principali Paesi da cui importiamo – si legge nell’analisi Fiom – ci dice due cose: la presenza della Spagna indica che le auto mass-market possono essere prodotte anche in Paesi occidentali; la presenza del Marocco è indicativa delle strategie di Stellantis di progressiva delocalizzazione in Nord Africa di queste produzioni”.

Concludiamo con gli investimenti. Nel periodo 2015-2024 gli investimenti dall’estero verso l’Italia hanno registrato un dato negativo pari a -9,153 miliardi di euro: siamo, dunque, di fronte a un processo di disinvestimento. Al contrario, gli investimenti dall’Italia verso l’estero sono stati pari a 8,251 miliardi di euro (tra questi vi sono gli investimenti in Paesi del Nord Africa).

Acciaio: dipendiamo dall’estero

Tra il 2011 e il 2024 la produzione nazionale di acciaio è calata di 9,18 milioni di tonnellate (-33,9 per cento), mentre l’importazione è aumentata di 0,238 milioni di tonnellate (+1,4 per cento). Il drastico calo della produzione domestica ha comportato una maggiore dipendenza dall’estero di tutte le filiere produttive: il peso dell’acciaio estero diretto e indiretto utilizzato è pari al 49,3 per cento. Riguardo i Paesi di origine delle importazioni, i “prodotti piani” (coins, nastri, laminati) provengono da Vietnam, India, Germania, Cina e Francia, mentre i “prodotti lunghi” (come barre e vergelle) da Spagna, Germania, Repubblica Ceca, Francia e Cina.

Semiconduttori: il prodotto finale si fa fuori Italia

La produzione di semiconduttori è pari a 3 miliardi 29 milioni di euro. Ma di questi, 1 miliardo 845 milioni vengono in realtà “esportati”: in Italia, infatti, i microchip vengono realizzati soltanto per la fase di front-end, mentre il loro assemblaggio finale (back-end, ossia il prodotto finito) avviene in altri Paesi verso i quali, appunto, esportiamo il semiconduttore non ancora completo (come Singapore, Malesia e Filippine).

Elettrodomestici: produzione in netto calo

In dieci anni la produzione è crollata. Tra il 2014 e il 2024 la produzione ha subìto un drastico decremento: i frigoriferi hanno registrato un calo di 662 mila pezzi (-34,4 per cento), le lavastoviglie di 186 mila pezzi (-21,6), le lavatrici di 2 milioni 325 mila pezzi (-60,2), le cappe di 3 milioni 909 mila pezzi (-70,2), le aspirapolveri di 1 milione 92 mila pezzi (-64,0).