Nei giorni scorsi, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno firmato un Protocollo d’intesa tra Italia e Germania per un “piano di azione strategico bilaterale” tra i due Paesi.

Il fatto è stato presentato in Italia – in modo anche piuttosto inquietante – come il nuovo “Asse Roma-Berlino”, una rivoluzione senza precedenti nelle relazioni bilaterali del nostro Paese, un ennesimo risultato del governo: in realtà, si tratta di un semplice “aggiornamento” del protocollo precedente, del 2023, siglato con l’allora Cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz. Il quale protocollo, a sua volta, era figlio e compendio di una lunga serie di protocolli siglati tra Italia e Germania già dagli anni Cinquanta…

A guardare bene, i due testi (quello del 2023 e quello attuale) differiscono in ben poche cose. Anche i titoli dei capitoli sono gli stessi. Si riaffermano le proprie forti collocazioni atlantiste sotto l’egida della Nato, si ribadisce la volontà comune di rendere l’Unione europea più competitiva, si ricorda come Germania e Italia siano i due paesi europei più industrializzati e che il settore in crisi richiederà una risposta comune, si elencano nuovamente gli ambiti istituzionali in cui i due paesi sono chiamati a cooperare.

Ciò che emerge, tra le righe, è il fatto che questo “aggiornamento” in alcuni aspetti peggiora l’accordo precedente. Se prima si faceva riferimento alla necessità di strumenti quali il Next Generation Eu, oggi quella parte è sparita e si parla solo di “semplificazione”. Semplificazione e pacchetti “omnibus”: che, come abbiamo visto, significano deregolamentazione del mercato del lavoro, meno diritti e tutele per chi lavora, libertà per chi fa impresa o finanza di investire e accumulare capitale senza troppe regole, controlli o indirizzi.

Si riducono a semplici titoli tutti i riferimenti precedenti all’Europa del welfare, al Pilastro Europeo dei diritti sociali, all’inclusione sociale. Meri titoli. E colpisce anche l’approccio al resto del mondo: se prima si provavano a stabilire comuni priorità multilaterali, nell’ultimo protocollo si parla solo di “Africa”: come luogo nel quale trattenere o rinviare i flussi migratori, nonché come area di interesse per i vari “piani Mattei”.

La vera questione di questo nuovo e aggiornato protocollo, dunque, resta tutta politica. La nostra Premier deve dimostrare di non essere isolata in Europa – per le sue debolezze verso l’amministrazione Trump e per provare a sdoganare il suo gruppo politico europeo dell’Ecr – i conservatori e riformisti di destra molto indigesti nelle opinioni pubbliche di grandi Paesi (tra i quali, appunto, la stessa Germania).

Poco importa se, per farlo, deve cedere alla Germania su grandi questioni europee: come il “sì” all’accordo col Mercosur (in barba alle preoccupazioni per gli effetti sui lavoratori europei del settore) e come il “no” agli Eurobond e al debito comune europeo – unico strumento per rilanciare davvero l’industria in Europa (tranne magari che in Germania…).

E il Cancelliere Merz ha bisogno di incassare ciò che evidentemente più preme alla Germania oggi: il via libera alle azioni individuali dei singoli Stati fuori dal contesto normativo stabilito dalla Ue. Nel caso specifico tedesco: possibilità di “fare debito” per il riarmo nazionale e per una massiccia riconversione industriale – finanziata dallo Stato – verso il settore bellico e di difesa. Indebolendo dunque, o annullando del tutto, le resistenze di altri Paesi – tra i quali la Francia.

Ecco, anche qui c’è un altro punto politico – che emergerà nei prossimi giorni, nei vertici informali dei Capi di Stato europei e nel Consiglio europeo di marzo: quale Unione europea disegnare nel prossimo futuro.

L’idea italo-tedesca appare chiara: un’Europa à la carte, dove prendere ciò che può servire (magari le “ordinazioni comuni” di armi agli Stati Uniti), ma nessuna regola da rispettare o vincolo da sostenere – in nome della crescita e solidarietà comune. Dietro le dichiarazioni di “rilancio dell’Europa”, “sburocratizzazione”, “velocità nelle decisioni e abolizione del vincolo di unanimità” si nasconde proprio questo: togliere le regole che garantiscono controlli e diritti, nessun “debito comune” che permetterebbe politiche di redistribuzione e solidarietà interna, svuotamento – di fatto – delle istituzioni comuni da ogni reale potere decisionale.

Lo stesso principio, dunque, usato per il riarmo: chiamarlo “ReArm Eu” per la difesa comune e, in realtà, dare il via libera ai singoli Stati per il riarmo nazionale senza regole o controlli – se non la comune appartenenza alla Nato.

Non ci deve sorprendere che la stessa Ursula Von der Leyen sembra benedire questo nuovo “Asse Roma- Berlino”: si illude che la sua estrema debolezza politica possa essere compensata da un “patto di governo europeo” tra Popolari e Conservatori, tra forze storicamente centriste e la nuova galassia di destre nazionaliste e “sovraniste”. Le quali già governano la maggioranza dei Paesi europei. Un governo dell’Europa, dunque, incentrato su liberismo sfrenato, identità nazionali rilanciate, disinteresse – se non proprio avversione – per ogni “questione sociale”.

E i segnali che la Commissione europea uscita dalle elezioni del 2024 si muovesse proprio in questa direzione politica – in realtà – sono stati purtroppo evidenti già dal primo giorno.

Andrea Malpassi, Area Politiche europee e internazionali della Cgil