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All’alba dello scorso 31 gennaio una serie di attacchi israeliani ha colpito Gaza City e Khan Younis causando oltre 30 morti palestinesi, tra cui almeno sette bambini, e più di 30 feriti, alcuni in condizioni critiche. Nonostante il silenzio mediatico (quasi) generale, è uno dei bilanci più alti da quando, nell’ottobre scorso, è entrata in vigore la cosiddetta tregua. Ancora oggi i soccorritori continuano a scavare sotto le macerie e il numero delle vittime potrebbe crescere.
La vigilia di Rafah e la tregua inesistente
I bombardamenti arrivano alla vigilia della promessa riapertura del valico di Rafah tra Gaza ed Egitto, chiuso dal maggio 2024. Un passaggio ritenuto essenziale per l’avvio della seconda fase del processo negoziale e per consentire l’ingresso degli aiuti umanitari e il trasferimento dei malati, impossibilitati a ricevere cure adeguate nelle infrastrutture sanitarie devastate della Striscia.
Accuse incrociate tra Idf e Hamas
Per l’esercito israeliano i raid sono una risposta a una “violazione del cessate il fuoco”. Secondo l’Idf, otto militanti di Hamas sarebbero usciti da un tunnel nella parte orientale di Rafah. “Le organizzazioni terroristiche nella Striscia violano sistematicamente il diritto internazionale, sfruttando le istituzioni civili e operando in presenza della popolazione locale”, ha dichiarato l’esercito. Hamas ha respinto le accuse definendole “un palese e patetico tentativo di giustificare orribili massacri contro i civili” e denunciando il “disprezzo dell’occupazione per i mediatori, gli Stati garanti e tutte le parti coinvolte nel Board of peace”.
Obiettivi militari e civili colpiti
Israele sostiene di aver preso di mira comandanti di Hamas e della Jihad islamica, oltre a depositi di armi e postazioni di lancio di razzi. Secondo la protezione civile di Gaza, gli attacchi hanno invece colpito anche obiettivi civili, tra cui una stazione di polizia nel quartiere Sheikh Radwan, a Gaza City, dove sarebbero morte dieci persone. In un appartamento della città sono stati uccisi tre bambini, la madre e una parente, mentre a Khan Younis sette persone hanno perso la vita nel bombardamento di tende di fortuna.
Il processo di pace mai nato
La prossima fase del piano prevede passaggi delicati come il disarmo di Hamas, un ulteriore ritiro israeliano dalla Striscia e il dispiegamento di una forza internazionale di pace. Le ultimi morti rischiano però di pesare sulla tenuta dell’intero percorso. L’Egitto ha chiesto “la massima moderazione” per evitare che nuove azioni compromettano il processo in corso. La riapertura di Rafah, se confermata, sarà un banco di prova decisivo, non solo politico ma umanitario, in una Gaza dove la pace promessa continua a tradursi in nuove vittime.



























