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C’è un Paese che fatica a votare, a curarsi, a studiare, ma mostra un’efficienza invidiabile quando si tratta di imbavagliare. Il ddl Romeo avanza sereno, benedetto dal calendario e dalla retorica, approvato nel giorno della memoria come se la coincidenza bastasse a trasformare una legge in un gesto morale. Il risultato è un bavaglio stretto, elegante, presentato come atto di tutela.
Il meccanismo è raffinato. Si importa una definizione, la si dichiara operativa e la si infila nel codice e diventa clava giuridica. Dentro finiscono slogan, simboli, analogie, parole che disturbano. Criticare Israele scivola nel penale. Il dissenso viene rietichettato. L’analisi politica assume l’odore della colpa.
Non è teoria. Altrove è già successo. Murales, adesivi, boicottaggi, slogan di piazza trasformati in segnali d’allarme. Palestina libera diventa parola sensibile. L’antisionismo viene risucchiato nell’antisemitismo per contiguità lessicale. Il conflitto politico viene sterilizzato, preventivamente, in nome della protezione.
Il salto di qualità sta nel tempo. Vietare prima che accada. Sciogliere cortei per rischio potenziale. Giudicare le intenzioni prima dei fatti. Gaza diventa un problema di ordine pubblico. Amnesty International un soggetto da maneggiare con cautela. Il diritto di manifestare entra nel condizionale, scortato dalle buone intenzioni.
Intanto l’antisemitismo vero prospera, volgare e violento, nutrito da disuguaglianze e ignoranza. Ma quello richiede scuola, cultura, conflitto sociale. Troppa fatica. Meglio punire le frasi. Blindare uno Stato con il diritto penale di un altro. Così nasce una democrazia timorosa, che scambia la memoria per immunità e la tutela per censura.






















