A Roma l’intonaco ha la memoria lunga. Assorbe tutto, anche ciò che urla. Nella basilica di San Lorenzo in Lucina, sopra il busto dell’ultimo re in esilio, compare una figura celeste dal volto fin troppo riconoscibile. Più che un angelo sembra un’esclamazione dipinta, una bocca pronta a farsi sentire. Se l’arte avesse senso dell’ironia, avrebbe scelto Munch.

Qui il cielo c’entra poco. L’effetto è terrestre, vocale, tonante. L’icona non sussurra, proclama. Il presente entra nel sacro alzando il volume, portandosi dietro quella particolare attitudine a trasformare ogni discorso in comizio permanente.

La mano è nota e rivendicata. Bruno Valentinetti, anno domini MMXXVI. Sacrestano, decoratore, candidato. Tre titoli ben impaginati in un solo gesto pittorico. Così il restauro diventa firma, la devozione biografia. La chiesa offre pareti, l’affresco restituisce ambizione. Un’operazione pulita, quasi educata, proprio per questo efficace.

Poi partono le battute, i meme, l’ironia di superficie, l’emoticon divertito della premier. La figura scivola nel folklore, la somiglianza diventa gioco. Intanto resta lì. Fissa, sonora anche da immobile. Un volto che grida senza emettere suono, protetto dall’eternità e dall’indulgenza generale.

La città eterna conosce bene il trucco. Ha visto imperatori, papi, notabili di quartiere farsi dipinto, statua, destino. Il Raffaello de noantri ha scelto la scorciatoia del pennello. Un’immagine utile, ben collocata, con decibel incorporati. La Restaurazione procede così. A voce alta davanti, in silenzio tutt’intorno.