In occasione della Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese del 29 novembre scorso, è stata rilanciata la campagna internazionale per la liberazione di Marwan Barghouti, che si ispira esplicitamente alla mobilitazione mondiale che portò alla liberazione di Nelson Mandela in Sudafrica.
Barghouti è nelle carceri israeliane da 24 anni. Dopo il fallimento degli accordi di Oslo e l'inizio della seconda Intifada del 2000, ha guidato la resistenza armata come capo del Tanzim, il braccio armato di al-Fatah. Il 15 aprile 2002 Israele lo ha catturato e imputato di omicidio con finalità terroristiche. Durante il processo Barghouti ha rifiutato di riconoscere la legittimità del tribunale israeliano e di difendersi. Il 20 maggio 2004 è stato condannato a cinque ergastoli, accuse che ha sempre respinto dichiarando la propria innocenza.
Nei sondaggi d'opinione Barghouti è sempre risultato il politico palestinese più popolare. Secondo molti osservatori internazionali sarebbe oggi l'unica personalità in grado di unire il suo popolo e sedersi a un tavolo per ottenere una pace solida e duratura con Israele. Sua moglie Fatwa è un'avvocata e da oltre due decenni continua a chiedere senza sosta la sua liberazione.
Innanzitutto, come sta suo marito?
Marwan è in isolamento da oltre due anni, cioè dall'inizio della guerra del 7 ottobre. Gli è interdetta qualsiasi visita familiare e sono proibite anche le visite da parte della Croce Rossa internazionale e degli avvocati, che non riescono a incontrarlo se non ogni tre o quattro mesi. Ventiquattro anni fa è stato il primo rappresentante eletto del popolo palestinese a essere rapito. Marwan ha rifiutato di riconoscere la legittimità della Corte israeliana e di dare fondatezza all'idea che i parlamentari palestinesi non siano rappresentanti del popolo e possano essere criminalizzati per questo. Negli ultimi due anni, poi, in quanto simbolo della causa palestinese, è stato esposto a sette diverse aggressioni, tanto violente da causare la frattura di diverse costole e di un piede. Anche sul suo volto e sulla sua fronte erano visibili i segni delle percosse. Tutte queste violenze sono avvenute durante il trasporto da un luogo di detenzione all'altro, cioè da una cella di isolamento all'altra, affinché non avvenissero all'interno delle carceri e quindi fossero più facili da nascondere. Tutto questo su ordine diretto di Ben Gvir, ministro per la Sicurezza interna dello Stato sionista d’Israele.
Il 29 novembre, da Londra, avete rilanciato la campagna internazionale “Free Palestine, Free Marwan”. Quali sono i numeri e la situazione dei prigionieri politici palestinesi?
All'interno delle carceri dell'occupazione israeliana sono quasi 10.000 i prigionieri palestinesi, fra cui 57 donne e oltre 300 minori. Più della metà dei prigionieri è in fermo amministrativo: questo vuol dire che non hanno avuto alcuna accusa formale e che non hanno avuto un processo. Negli ultimi due anni, poi, le carceri dell'occupazione israeliana sono diventate un campo di battaglia. Mentre tutte le attenzioni erano sulla Striscia di Gaza, dentro le carceri abbiamo assistito a un'esplosione del numero di violazioni: aggressioni fisiche, psicologiche, privazione del cibo, degli abiti, persino delle coperte. In molti casi i prigionieri e le prigioniere non hanno neanche accesso ai servizi sanitari di base. Sono 110 i prigionieri palestinesi morti in custodia delle forze israeliane in questo periodo. Parliamo di uomini e donne che erano imprigionati, incatenati, e ciò nonostante sono stati uccisi.
E fuori dalle carceri? Qual è la situazione in Cisgiordania e a Gaza durante questa fragile tregua?
Innanzitutto è difficile anche definirla una tregua: si può parlare di un alleggerimento, di una diminuzione del numero di morti. Ma sono già 500 i cittadini palestinesi della Striscia di Gaza che sono stati uccisi durante questi mesi. Noi ripetiamo sempre che è in corso una guerra su tre fronti contro il popolo palestinese: il primo è ovviamente Gaza, il secondo la Cisgiordania e il terzo sono le prigioni. A Gaza è ancora in corso un genocidio a bassa intensità, mentre in Cisgiordania si assiste quotidianamente all'allargarsi della colonizzazione, alla costruzione di colonie illegali, all'aumento drastico delle violenze da parte dei coloni a danno della popolazione palestinese. Ci sono case bruciate, strade interrotte, alle persone è impedito persino di andare a raccogliere le olive nei propri campi. In Cisgiordania si sta vivendo uno dei periodi più complessi e pericolosi della storia della causa palestinese, perché Israele sta cercando in tutti i modi di tarpare le ali al sogno di una soluzione dei due Stati, rendendo questa opportunità impossibile.
Cosa sta facendo l’Autorità nazionale palestinese? La ritiene ancora rappresentativa del suo popolo?
L'Autorità nazionale palestinese subisce lo stesso trattamento del popolo palestinese da parte degli occupanti israeliani, che continuano a delegittimarla e a sottrarle autorevolezza giorno dopo giorno. Di conseguenza non possiamo aspettarci che l'Anp versi in condizioni migliori rispetto a quelle del popolo palestinese. L'occupazione israeliana limita la sua capacità di esercitare quelli che dovrebbero essere i suoi compiti e cerca di delegittimarla agli occhi del suo popolo. Le forze d'occupazione si trovano ormai in ogni angolo della Cisgiordania, persino accanto all'ufficio e all'abitazione del presidente dell'Anp. Le jeep israeliane si danno il cambio e continuano a farsi notare per mostrare la propria presenza e provocare reazioni.
Secondo molti osservatori suo marito rappresenterebbe l'unica figura in grado di rilanciare la soluzione dei due Stati…
Certamente non siamo degli illusi e siamo perfettamente consapevoli che ciò che sta avvenendo sul nostro territorio indebolisce giorno dopo giorno la possibilità di una soluzione pacifica. I territori su cui dovrebbe nascere il futuro Stato palestinese dovrebbero essere la Striscia di Gaza, che ormai è rasa al suolo, ridotta in macerie, e la Cisgiordania, in cui circa il 65% del territorio è sotto il controllo di sicurezza delle autorità israeliane ed è già occupato da insediamenti illegali. Noi continuiamo a sostenere la soluzione proposta dalla comunità internazionale, pur rendendoci conto di quanto sia difficile. Anche perché temiamo che l'unica alternativa sia ancora più guerra, ancora più morte, ancora più instabilità. Chiunque desideri la pace, la sicurezza e la stabilità per la Palestina e per il Medio Oriente non può non promuovere la liberazione di Marwan Barghouti, un uomo politico che può aprire la strada a una pace giusta e dignitosa basata sul rispetto dei diritti umani e sullo Stato di diritto. In molti lo hanno definito il “Mandela del nostro tempo”. Ed è proprio per questo che Israele non lo ha voluto liberare: per ragioni politiche, perché rappresenta una speranza per il nostro popolo. Marwan può giocare un ruolo davvero molto importante e noi, come palestinesi, pensiamo davvero di avere il nostro Nelson Mandela; quello che ci manca è un de Klerk dal lato israeliano.



























