Sono arrivato in Senegal la prima volta nell’estate del 2009 per un reportage commissionato da Liberetà, la rivista mensile dello Spi-Cgil, che aveva finanziato i lavori in corso per la costruzione del Centro Giovanni Quadroni, già sindacalista e insegnate a Como. All’aereoporto è venuto a prendermi Severino Proserpio, più di vent’anni nella Flai-Cgil comasca, alla guida della Jeep grigia con la scritta “Les enfants d’Ornella”, l’associazione da lui voluta nel nome della moglie Ornella, scomparsa dopo la loro scelta di trasferirsi in Africa per aiutare i bambini più bisognosi.

Nel nostro primo viaggio notturno da Dakar verso sud, tra i villaggi della comunità di Yene, le nostre parole si sono incontrate naturalmente, come se lo avessero sempre fatto. Da lì ne è nata una collaborazione e un’amicizia profonde e durate fino a ieri, giorno di una morte in parte annunciata, dopo che prima del Natale scorso era venuta a mancare sua figlia Laura.

Avendo saputo della mia condizione di insegnante precario, esubero vagante determinato dai robusti tagli voluti dall’allora ministro dell’Istruzione Gelmini, nell’autunno di quello stesso anno mi chiamò proponendomi di tornare per qualche mese, in qualità di coordinatore didattico del Centro Quadroni, nel frattempo pronto a iniziare la sua attività, tuttora viva. Accettato con ritrovato entusiasmo l’invito, il nostro rapporto si è rinnovato nel tempo in particolare attraverso l’organizzazione del “Tournoi des enfants”, il torneo di calcio organizzato ogni anno per dare l’opportunità ai bambini più in difficoltà di giocare insieme.

Con Severino ho così avuto modo di imparare quali fossero i bisogni primari dei bambini della spiaggia, raccolti la mattina sulla riva mentre i padri pescatori affrontano l’Oceano in piroga, per portarli al centro di accoglienza e iniziare un percorso di alfabetizzazione insieme a Baba e Pierre, educatori l’uno musulmano, l’altro cattolico, perché questo era uno dei passaggi fondamentali del suo insegnamento: lavorare tra le diversità trovando un punto d’incontro.

Un tema, questo, che lo appassionava sempre durante le lunghe conversazioni serali, l’immancabile sigaretta tra le dita, i progetti da indirizzare soprattutto verso i bambini talibé, o talibì, come puntualizzava spiegando la radice etimologica del termine, “coloro i quali apprendono”, quei bambini lasciati dalle loro numerose famiglie in affidamento ai marabut, maestri di Corano, in una fascia d’età compresa tra i sei e i sedici anni, costretti a vivere la giornata in cerca di candele, riso e qualche moneta prima di tornare nella Daara, la loro casa comune. Nel corso del tempo, Severino è riuscito a garantire loro una doccia e un cambio d’abiti settimanali, e insieme abbiamo lavorato per inserire anche la somministrazione di un pasto condiviso nella migliore delle tradizioni senegalesi, un grande unico piatto attorno al quale ci si siede per mangiare insieme. Ora, per un paio di mattine studiano anche la lingua francese.

Mentre le edizioni del torneo di calcio si susseguivano, Severino mi consigliava come svilupparne l’organizzazione, come pormi degli obiettivi sempre più alti: il quadrangolare composto dai bambini della scuola pubblica, dai bambini della spiaggia e di due squadre di talibé, visto il numero sempre crescente, doveva porsi la finalità di arrivare in futuro a mischiare le squadre stesse: “Dobbiamo mescolarli tra loro -mi ripeteva -; riuscire a farli sentire, almeno per qualche giorno, tutti uguali tra chi è sostenuto da una famiglia, e chi no”. Per il Seve le squadre dovevano chiamarsi con nomi di animali (i classici “leoni”, freschi vincitori della Coppa d’Africa, e poi le giraffe, le gazzelle, gli elefanti), così da non essere classificati in base a origini, provenienze, possibilità o impossibilità economiche.

Questo è stato Papa Seve, come lo chiamavano i suoi bambini: un vulcano di idee, uno sguardo rivolto sempre oltre l’orizzonte, anche con i suoi modi burberi, decisi, spesso intransigenti, sospinti da un carisma e una forza di volontà instancabile fino alla mattina di ieri, consumata l’ultima colazione.

Lo spirito del destino ha voluto che in questi suoi ultimi giorni fossi qui, vicino a lui, ricordando la povera Laura, cercando di capire quale futuro costruire per Tatou, la sua amatissima nipote, ormai quasi maggiorenne, che in poche settimane ha perduto la mamma e un nonno con lei affettuosissimo.

Grazie Papa Seve, per aver migliorato la vita di tante e tante persone, piccole e grandi. Compresa la mia.