I fatti di Torino hanno offerto al governo un’occasione che la destra aspettava e che, con impressionante rapidità, ha deciso di sfruttare fino in fondo. Non per fare chiarezza, non per distinguere responsabilità individuali, non per ricomporre un clima già teso, ma per costruire una narrazione politica utile a giustificare una nuova torsione autoritaria del Paese.

Nel giro di poche ore, la solidarietà doverosa alle forze dell’ordine ferite si è trasformata in una chiamata alle armi contro un nemico indistinto, dove la violenza di pochi viene attribuita a un intero campo sociale e politico che comprende movimenti, opposizioni e magistratura. Una mistificazione grave che segna un salto di qualità nel linguaggio e nelle intenzioni di chi governa.

Colpisce non solo il contenuto di questa operazione, ma il metodo. Si prende un episodio reale e inaccettabile, lo si carica di emotività, lo si decontestualizza e lo si piega a una lettura ideologica che cancella ogni distinzione. Il conflitto sociale diventa attacco alle istituzioni, il dissenso viene assimilato alla sovversione, le garanzie costituzionali diventano ostacoli da rimuovere.

È una logica che non nasce oggi e che si traduce in scelte concrete, come dimostrano interventi selettivi su spazi sociali storici e pratiche di ordine pubblico orientate più a produrre tensione che a governarla, mentre verso occupazioni e manifestazioni dell’estrema destra si continua a esercitare una tolleranza che sa di protezione politica.

In questo quadro, la condanna delle violenze non è e non può essere messa in discussione. Chi organizza scontri, aggredisce le forze dell’ordine o trasforma una manifestazione in guerriglia urbana non difende alcuna causa e non rappresenta alcuna forma di protesta democratica. Quei comportamenti vanno perseguiti con fermezza e nel rispetto della legge.

Ma proprio per questo è necessario respingere con altrettanta fermezza l’idea che il dissenso in quanto tale sia un problema di sicurezza. Quando si ricorre a fermi preventivi, controlli selettivi e misure anticipatorie che colpiscono ambienti, luoghi e reti sociali prima ancora di fatti penalmente rilevanti, si compie un passo pericoloso dalla prevenzione dei reati alla criminalizzazione del conflitto sociale.

È una scorciatoia che indebolisce lo Stato di diritto invece di rafforzarlo. La sicurezza non si costruisce sospendendo le garanzie o trattando chi manifesta come un sospetto permanente, ma applicando la legge in modo individuale, proporzionato e rigoroso. Chi commette reati risponde dei reati. Chi prende parola, organizza iniziative, esprime dissenso anche radicale esercita diritti costituzionali che non possono essere compressi per convenienza politica. Separare con chiarezza violenza e protesta non è una concessione ai movimenti, ma una responsabilità delle istituzioni democratiche.

Confondere deliberatamente questi piani serve solo a chi vive di scontro permanente e a chi utilizza l’ordine pubblico come una clava per restringere gli spazi di agibilità democratica. Uno Stato davvero forte non è quello che anticipa la repressione e governa con la paura, ma quello che non teme il conflitto quando resta dentro le regole della democrazia, perché sa che è proprio lì, e non nella sua cancellazione, che si misura la solidità delle istituzioni e la maturità di un Paese.