PHOTO
Siamo dunque arrivati a celebrare il passaggio dal quarto al quinto anno di guerra in Ucraina, con la stanchezza di un rito che nasconde una tragedia, la guerra, che non vede fine e che doveva essere evitata. Quattro anni che hanno cambiato l’Europa, mettendo a nudo le debolezze ed i limiti di una Unione di stati ancora legati ad una visione di stato-nazione quando le sfide del XXI secolo sono globali: ambiente, demografia, diritti, sicurezza.
I limiti delle organizzazioni e degli organi sovranazionali hanno le loro radici in quella visione ottocentesca che ben si sposa con il continuo bisogno di individuare un nemico, evocare la sicurezza nazionale per giustificare la corsa al riarmo, l’ineluttabilità della guerra e, nel frattempo, ridurre libertà, diritti e reprimere la protesta.
Lo abbiamo visto subito, dal giorno dopo l’invasione russa verso Kiev, quando una parte della nostra società è subito scesa in piazza per denunciare l’atto criminale e la violazione del diritto internazionale da parte della Federazione di Russia, schierandosi a favore dell’Ucraina e del suo popolo, chiedendo l’immediato cessate il fuoco e l’azione politica, diplomatica, negoziale dell’Unione Europea per evitare una pericolosissima escalation militare.
Posizione immediatamente qualificata come “filo-russa”, naif, di un buonismo ambiguo e vergognoso, scegliendo invece, la strada delle sanzioni e della contrapposizione tra blocchi militari, da una parte la Nato e dall’altra la Russia ed i suoi alleati, con una escalation militare sempre maggiore, senza via d’uscita, lasciando ad altri attori, l’iniziativa negoziale.
A distanza di quattro anni, siamo ancora fermi a quello schema, a quella visione di mondo e di Europa. Mentre, ciò che non si ferma è la conta delle vittime da entrambe le parti, un numero oramai vicino ai due milioni tra morti, dispersi e feriti, a cui si debbono aggiungere i milioni di ucraini profughi all’estero, ed oltre un milione di russi esuli politici.
Hanno ragione gli ucraini a dire che questa è una guerra dell’Europa, perché tutti siamo intrappolati dentro questa dinamica distruttiva, dall’Atlantico agli Urali, come si diceva decenni addietro. Loro, gli ucraini, direttamente, pagando da subito, con il sacrificio umano e con la distruzione di tutto ciò che è a loro più caro. Noi, indirettamente, ipotecando presente e futuro dentro un’economia di guerra che ha minato le nostre economie e democrazie nazionali, ed il progetto europeo.
Consegnando alle nuove generazioni una regione che punta alla sua sicurezza investendo su armi e deterrenza, una scelta errata ed un investimento inutile nell’epoca del nucleare e della guerra ibrida, perché, oggi, la guerra, se praticata, sarebbe o infinita o tombale, per tutti.
Incute profonda preoccupazione, tristezza ed amarezza constatare che, dopo quattro anni di guerra, i 27 Stati e governi membri dell’Unione Europea, la comunità le cui fondamenta sono cementate nei principi e nei valori democratici ed universalistici, non sono riusciti ancora ad aprire un tavolo di dialogo e di negoziato con la Russia, mettendo sul tavolo la questione di fondo: la costruzione di un sistema di sicurezza comune per tutto il continente europeo.
Superando l’esperienza dei blocchi militari e della contrapposizione Occidente e resto del mondo, ripercorrendo la strada tracciata dalla Carta di Helsinki e dal sistema multilaterale Onu, esigendo giustizia, ma offrendo rispetto e fiducia, cooperazione ed un futuro condiviso. Non guerre o comitati d’affari.
Sergio Bassoli, coordinatore dell’esecutivo Rete Pace Disarmo





























