La Cgil ha promosso due proposte di legge di iniziativa popolare su sanità pubblica e lavoro negli appalti. L’obiettivo è raccogliere almeno 50.000 firme per ciascun testo depositato in Corte di Cassazione il 27 aprile scorso. Una delle due proposte di legge, “Stesso lavoro, stesso contratto”, interviene per garantire che chi lavora in appalto o subappalto all'interno del ciclo produttivo di un committente abbia le stesse tutele economiche, normative e lo stesso inquadramento dei dipendenti diretti. Ne abbiamo parlato con Alessandro Genovesi, responsabile contrattazione inclusiva e appalti della Cgil nazionale.

Com'è lavorare negli appalti oggi in Italia?
Lavorare oggi negli appalti, soprattutto negli appalti privati, vuol dire spesso fare lo stesso lavoro dei dipendenti del committente ma avere salari più bassi, minori tutele e perfino subire le contraddizioni peggiori di un’organizzazione del lavoro, quando è sbagliata. In sostanza, avere più disagi, maggiori carichi di lavoro e quindi correre anche maggiori rischi per la propria salute e sicurezza. Senza considerare la tensione e la paura ad ogni cambio di appalto, con l’ansia di perdere il lavoro o di conservarlo magari con riduzioni ulteriori di salario. Magari perché si riducono le ore pro-capite di lavoro o si viene sotto inquadrati o, a parità di paga, si dovrà lavorare con ancora più pressione e “fretta”.

Cosa c'è dietro affidamenti, appalti, subappalti, distacchi?
Dietro dovrebbe esserci la libera scelta di un’impresa che, per offrire prodotti e servizi magari più specilistici, si rivolge a imprese o a lavoratori autonomi con particolari competenze. Oppure un’impresa che ricorre ad appalti e subappalti, distacchi o affidamenti, per governare picchi produttivi, avere maggiore flessibilità produttiva, ecc. In realtà nella stragrande maggioranza dei casi, dietro c'è un mero risparmio sui costi del lavoro, maggiore sfruttamento e deresponsabilizzazione. Si scarica il rischio d'impresa da chi beneficia del lavoro lungo la filiera, spesso con alti profitti, cioè i committenti, a chi quel lavoro lo svolge in appalto e subappalto, in una sorta di “massimo ribasso” permanente. Un processo che impoverisce e ricatta lavoratori e imprese, spesso piccole, spesso artigiane, man mano che si appalta e si subappalta. Creando anche delle zone grigie che, in diversi casi, alimentano vera e propria illegalità (imprese serbatoio, finte cooperative, ecc.) e favoriscono l’infiltrazione criminale. Senza considerare un punto fondamentale, strategico.

Quale?
Che oggi i milioni di lavoratori e lavoratrici in appalto sono usati anche come elemento di pressione sui lavoratori dipendenti dei committenti. Per tenere bassi i salari e le rivendicazioni anche loro, sotto la minaccia di “dare fuori” il lavoro che oggi si fa internamente. Una parte delle difficoltà salariali e finanche industriali e di dimensione di impresa nel nostro Paese vanno ricercate in questo modello che facilita “lo smontaggio” dei cicli produttivi, abbassando qualità e professionalità.

Quali conquiste su questo fronte sono state ottenute anche grazie alle battaglie della Cgil, e cosa resta ancora da fare?
Qualche conquista, grazie alla mobilitazione della Cgil, delle proprie categorie, a partire dai sindacati degli edili, dei servizi e della logistica, e in diversi casi anche unitariamente, l’abbiamo portata a casa. Sia sul fronte legislativo che contrattuale. Prima negli appalti pubblici, con il d.lgs 36/23 e poi con l’allegato I.01 del d.lgs. 209/24, e poi parzialmente negli appalti privati, con il comma 1 bis all’articolo 29 del d.lgs. 276/03, quello che liberalizzò gli appalti e le applicazioni contrattuali più di 20 anni fa, la “mamma” dei disastri di oggi. Tutele che abbiamo conquistato a suon di mobilitazioni e scioperi e anche, lo vorrei ricordare, dopo drammatiche stragi di lavoratori: da Brandizzo a Esselunga a Firenze, da Bologna a Palermo, quei lavoratori morti erano tutti lavoratori in appalto o in subappalto

E a livello di contrattazione collettiva?
Anche in questo caso, abbiamo fatto importanti passi avanti. E non mi riferisco “solo” alle intese con gli enti pubblici e alla cosiddetta “contrattazione di anticipo”, pure importanti e sempre più diffuse dal nord al sud del Paese, da Trento e Rovigo fino a Napoli o Bari. Mi riferisco al numero sempre maggiore di vertenze per reinternalizzare nei settori privati, per garantire la corretta applicazione dei Ccnl, anche sulla scorta del nuovo comma 1 bis dell’articolo 29. E per rafforzare le clausole sociali nei cambi di appalto. In molti settori, dal commercio all’agro industria, dall’edilizia alla logistica, dal tessile alla cantieristica navale e metalmeccanica, ecc. Mi riferisco anche ad importanti avanzamenti nei contratti collettivi nazionali, dai diritti di informazione alla qualificazione dei fornitori, all’obbligo di applicare lo stesso contratto nazionale lungo le filiere. Ma è chiaro che moltissimo rimane da fare, perché quello che va cambiato è un modello di impresa che si basa esclusivamente sulla rincorsa al ribasso su salari e diritti.

È solo un problema di mancati controlli o c'è un problema “culturale”?
Il tema dei controlli è fondamentale e del resto, come ci ricorda l’ultimo rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro, non solo molti infortuni sul lavoro avvengono proprio lungo la catena degli appalti e subappalti, ma sono in aumento anche le violazioni accertate per “appalto non genuino”. La relazione annuale 2025 dell’Ispettorato, presentata il 22 Aprile 2026, riporta che ”fra i dati di maggior rilievo si segnalano quelli riferiti a fattispecie di interposizione fittizia di manodopera (14.570, + 8,3% rispetto al 2024)”. Ma ripeto, la questione è il modello d'impresa, quale idea di competizione, di qualità sta prevalendo nei tessuti produttivi del nostro paese.

Perché serve una legge di iniziativa popolare sugli appalti?
Perché occorre ristabilire alcuni principi fondamentali per riportare l’appalto e il subappalto alla sua funzione legittima. Prima di tutto il principio che a parità di lavoro, i lavoratori in appalto devono avere lo stesso salario, lo stesso inquadramento professionale, gli stessi diritti dei lavoratori del committente. E questo principio vale anche per i lavoratori autonomi e delle piattaforme, per cui va riconosciuto un equo compenso che valorizzi le professionalità e costi all’impresa quanto un lavoratore subordinato. E poi occorre aumentare la responsabilità dei committenti, tanto nell’organizzazione del lavoro e in materia di sicurezza quanto in caso di non rispetto del principio di “parità” di trattamento come su indicato. Ampliando la responsabilità in solido anche in caso di pluricommittenze, pensiamo per esempio al sistema moda, e responsabilizzando anche le Pubbliche Amministrazioni, che in caso di appalto illecito devono risarcire il lavoratore vittima di appalti non genuini.

Poi c'è il tema dei diritti di informazione…
Sì, dobbiamo dare diritti di informazione ai lavoratori dei committenti su cosa, a chi e con quali tutele si danno eventuali attività in appalto. Perché su questo è interesse di tutti e tutte, dipendenti diretti in primis. Infine occorre avere il coraggio, nei settori a maggior rischio di infortuni, lavoro nero, infiltrazioni criminali, di vietare il ricorso ai subappalti. Le mafie usano spesso il sistema degli appalti e subappalti per condizionare scelte politiche e inquinare i tessuti economici locali. Quindi, se prendi un lavoro in appalto, devi essere in grado di farlo, altrimenti siamo quasi al “caporalato legalizzato”. La proposta di legge va in questa direzione: un modello di sviluppo più giusto e competitivo. Ora dobbiamo farla vivere però sui posti di lavoro, parlarne con lavoratrici e lavoratori nelle fabbriche e negli uffici, chiedere una firma ed un impegno per una grande vertenza sindacale. Faccio appello alle tante compagne e compagni delle categorie, ai delegati e delegate sui posti di lavoro perché organizzino più momenti possibili di confronto e dibattito.

Appalti Genovesi
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