Dall’Ucraina alla Groenlandia, attraversando l’intero Medio Oriente e oltre, i venti di guerra non sembrano placarsi, anzi aumentano la loro intensità in virtù di uno scenario geopolitico dalla configurazione mutevole; uno scenario complesso e preoccupante, nel quale gli attori protagonisti, a cominciare dal presidente degli Stati Uniti, sembrano navigare a vista, lo sguardo rivolto verso il proprio ombelico, vivendo alla giornata in base a impulsi estemporanei o scelte dal sapore autarchico, in luogo di una visione internazionale politica ed economica che avrebbe bisogno di ben più ampio respiro.

In questo quadro, le scelte dell’Europa assumono un valore importante ma progressivamente in declino, quasi relegato dalle altre potenze mondiali a un ruolo subalterno, a tratti marginale, laddove proprio ora il vecchio continente dovrebbe rafforzare ed estendere i propri principi comuni, se ancora comuni possono essere considerati, e se realmente comuni siano mai stati. Ma come e fino a che punto sta cambiando la condizione europea in senso politico ed economico, e quali tipologie di sviluppi possono scrutarsi nel futuro più immediato, alla luce delle ultime mosse disseminate nel grande scacchiere del mondo?

A queste e altre decisive questioni prova a rispondere un corposo volume appena pubblicato da Futura editrice, dal titolo L’industria della difesa europea ai tempi della guerra (pp. 374, euro 22), curato da Chiara Bonaiuti, Achille Lodovisi e Roberto Antonio Romano, legati tra loro da studi specialistici in materia di economie e relazioni internazionali, politiche fiscali europee, difesa militare e mercato del lavoro.

Attraverso gli interventi di numerosi studiosi, il libro si propone di analizzare in che modo l’aumento dei conflitti internazionali abbia modificato l’industria europea in materia di difesa militare, contemplando le sue inevitabili correlazioni e implicazioni di carattere politico, economico e finanziario. Il tema di una fragilità politica sempre più evidente, resa palese da una crisi della democrazia per molti ormai giunta a un punto di non ritorno, si coniuga così anche a una crisi del rapporto tra profitti e salari, tra diritti e scelte sulla sicurezza individuale e collettiva, alle impellenze di una dinamica delle armi che incide negativamente su risorse economiche utilizzabili per ben altre finalità, mentre assistiamo inermi alle prepotenze dettate da logiche di guerra, in corso o in fase di preparazione.

Tra le scritture contenute nel libro, in particolare è il contributo del sociologo ed economista tedesco Wolfang Streeck a insistere sul concetto di una “Ue in guerra”, prendendo come riferimento l’inizio del conflitto in Ucraina, che sorprende l’Europa in una fase piuttosto delicata, “un insieme disordinato dei resti di vari tentativi di quella che era stata chiamata “integrazione europea”: un vasto aspirante Stato sovranazionale diventato praticamente ingovernabile a causa dell’eccessiva estensione e dell’estrema eterogeneità interna che ne era derivata”. Anche se, aggiunge Streeck, già prima del 2022 “le speranze di un’Europa integrata che sostituisse gli Stati nazionali erano quasi scomparse, anche a causa dell’espansione dell’Unione”.

Se poi si vuole individuare un filo rosso tra i vari saggi, è l’economista Franco Bortolotti a rilevare come l’intento di questa raccolta sia quello di “esaminare le contraddizioni dell’evolversi di un’economia di guerra in Europa”, sempre più caratterizzate “dal prevalere di una logica finanziaria, che non risponde a esigenze dettate dall’efficacia di una strategia di difesa militare”. Ancora una volta, tornando quasi a criteri da Guerra Fredda, si ripresenta dunque quell’anomalia di mercato per la quale l’eccesso di spesa nel settore dell’industria militare continua a produrre avendo di fronte un unico acquirente, lo Stato di uno o più Paesi, senza concorrenza, né troppe regole da rispettare: con l’Europa, da qualche tempo a questa parte, tristemente a rimorchio delle decisioni altrui.

I risultati, purtroppo, sono inequivocabilmente sotto i nostri occhi.