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Si conclude oggi a Roma la quarta edizione di UnArchive Found Footage Fest, il festival dedicato al riuso creativo delle immagini, organizzato dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (Aamod) Ets e diretto da Marco Bertozzi e Alina Marazzi. Dal Cinema Intrastevere, al Live Alcazar, alla Casa internazionale delle donne, per scoprire nuove tele narrative, cucite insieme grazie alla forza delle immagini che non invecchiano mai.
“Raccogliere e inserire nei circuiti cognitivi un simile patrimonio di film, spesso straordinari e tuttavia sottovalutati dal pensiero unico, costituisce un valore in sé e per sé”, dice il presidente Aamod Vincenzo Vita, spiegando il senso di quella fruizione collettiva che sta alla base del riuso creativo delle immagini.
Il cuore pulsante degli archivi
UnArchive prova a mettere in fila, in una settimana di festival, le produzioni più interessanti del panorama cinematografico che fanno degli archivi il loro cuore pulsante. Una multiforme galassia del riuso d’archivio: 120 film di found footage, live performance, installazioni, masterclass, incontri professionali. Ognuna di queste pellicole – che siano lungometraggi, corti, di finzione o documentari – è la prova che le immagini sono un patrimonio preziosissimo, potente e che non muore mai. Ma che, soprattutto, acquista un senso inedito all’interno di nuovi percorsi narrativi.
“Il significato profondo delle immagini non è qualcosa di stabile o definitivo, ma una forma di memoria potenziale, una promessa di senso ancora aperta”, commentano i direttori artistici Alina Marazzi e Marco Bertozzi: “In un mondo saturo di immagini, imparare a relazionarci criticamente con quelle esistenti significa innescare atti di pensiero capaci di sottrarsi alla semplice nostalgia mediale, per entrare in dialogo con le urgenze del contemporaneo”.
La storia di un operaio a cui la fabbrica ha tolto il cuore
Tra le proposte passate nei sei giorni di Festival c’è un corto, per la regia di Francesca Sepa e Riccardo Colleluori, prodotto da Ifa Scuola di cinema, che prova a raccontare come l’alienazione del mondo del lavoro si sia trasformata nel tempo, rimanendone tuttavia una costante. L'uomo a cui hanno rubato il cuore racconta la storia di un ex operaio, Lino, convinto che la fabbrica gli abbia asportato il cuore per renderlo più produttivo. “La sua convinzione – si legge nelle note di regia – diventa il pretesto attraverso cui media, psichiatria e azienda costruiscono una spiegazione ‘accettabile’ del disagio: non una denuncia del sistema, ma una fragilità individuale da gestire”.
L’alienazione del lavoro
Gli altri operai e suoi amici, la sua famiglia, tutti sembrano parte di uno stesso gioco. Una sorta di Truman show del lavoro di cui solo Lino conosce i retroscena. Ma proprio per questo deve essere “silenziato”. La storia del protagonista si alterna a documenti di archivio, che affrontano il tema dell’alienazione, della sicurezza sul lavoro, della catena di montaggio. Immagini di archeologia industriale, che pure sembrano girate ieri, dal punto di vista dei contenuti. Ecco perché la scelta del mockumentary “non per comodità ma per necessità – proseguono le note di regia – è esso stesso una macchina per fabbricare realtà, e il film la smonta dall'interno mentre la usa. Il film non cerca la verità dei fatti, ma indaga il modo in cui la verità viene prodotta”.
Gli operai esistono e resistono
E mentre la società post moderna ci racconta che la classe operaia non esiste più, gli operai continuano a esistere eccome. Sono quelli della Electrolux, arrivati da tutta Italia sotto al Mimit per urlare che sono pronti a “resistere ancora un minuto più del padrone”, che ne vorrebbe licenziare 1.719. Sono le operaie della Perla, che hanno mostrato a un Paese intero cosa voglia dire difendere il proprio posto di lavoro a costo di reinventarsi, con la “fantasia al potere”. Ma sono anche le centinaia di dipendenti dei call center, che le aziende vorrebbero sostituire con l’ausilio dell’intelligenza artificiale, e tutti i lavoratori che rischiano la vita ogni giorno semplicemente lavorando. Un’istantanea sul mondo del lavoro
Il corto di Francesca Sepa e Riccardo Colleluori condensa, in poco più di 14 minuti, un’istantanea di quello che è oggi un mondo del lavoro sempre più disumano, crudele. Un’amara constatazione che tutto cambia per non cambiare, che il padrone muta forma ma non sostanza, che il profitto resta il fine unico e ultimo. E che, nonostante tutto, c’è ancora voglia di lottare.

























