Pochi giorni fa, nel corso dell’Assemblea annuale di Confindustria a Roma, è stato il presidente Emanuele Orsini, tra un colpo al cerchio governativo e un altro alla botte dell’opposizione, ad affermare come in Italia i salari siano “troppo bassi” e “insufficienti” rispetto al confronto europeo, con un potere d’acquisto in vertiginosa discesa per gran parte dei lavoratori italiani.

Dichiarazioni indirettamente ribadite poche ore dopo da Eurostat secondo la quale, sulla base dei redditi, in Italia nel 2025 la quota di persone a rischio povertà si aggira intorno al 18,6 per cento. Tra queste, per l’appunto, ce ne sono molte che lavorano ma che non riescono comunque a vivere, anzi sopravvivere, in maniera dignitosa. Come siamo arrivati a questo punto?

Di questo si occupa in maniera puntuale e scientifica il volume L’Italia che non arriva a fine mese, scritto da Mimmo Carrieri, Cesare Damiano e Agostino Megale per la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (pp. 128, euro 16). Teoria centrale, attorno alla quale ruotano i quattro capitoli del libro, la constatazione certificata da numeri implacabili che indica come l’Italia sia uno dei pochi Paesi, non soltanto in Europa, dove i salari reali restino fermi dal 1991. Un dato impressionante, se confrontato con la progressiva crescita del costo della vita nel corso degli ultimi tre-quattro decenni.

La forbice si è ulteriormente allargata in questo stesso arco di tempo, in particolare da quando la flessibilizzazione del lavoro, introdotta nel mercato delle professioni quale inevitabile conseguenza per affrontare la competizione e l’incertezza economica provocate dai ritmi del capitalismo globale, ha prodotto risultati esattamente contrari alle sue teoriche intenzioni, traducendosi ben presto in forme di precarietà sempre più irreversibili.

Una situazione che in Italia ha inciso in particolar modo sulla diminuzione dei salari reali e sulla riduzione delle retribuzioni medie in termini di potere d’acquisto, oltre al mancato adeguamento a quegli indici d’inflazione che non consentono più un tenore di vita paragonabili agli ultimi anni del secolo scorso, fenomeno che ha colpito soprattutto le donne, penalizzate più degli uomini nell’accesso e la permanenza all’interno del mercato del lavoro.

Da qui, osservano i tre studiosi, la conseguente disaffezione e l’atteggiamento di sfiducia dei cittadini-lavoratori nei confronti delle istituzioni politiche, confermate inequivocabilmente dalle sempre più alte percentuali di astensionismo elettorale, insieme al visibile spostamento di una parte consistente delle componenti più deboli del mondo del lavoro verso riferimenti politici di destra, recepiti secondo gli autori come maggiormente in grado di offrire attenzione, se non protezione, a specifiche tematiche.

Va da sé come un’analisi di questo tipo chiami in causa il sottotitolo dato allo stesso libro: “Lavoro e salari: una questione di sinistra”. Perché tra i meriti delle pagine contenute c’è anche quello di porre sul tavolo questioni che riguardano direttamente una certa rappresentanza, compreso il ruolo del sindacato, alle prese con i cambiamenti dettati dalle trasformazioni del lavoro, ormai spesso declinato al plurale (c’è chi deve svolgere più lavori per mettere insieme uno stipendio appena sufficiente per un nucleo familiare) e difficile da catalogare attraverso i tradizionali criteri di valutazione.

“Per questo motivo ci siamo chiesti - viene scritto - come sia stato possibile che la questione salariale italiana, sollevata sin dai primi anni Duemila dagli studi dell’Ires Cgil, sia stata così sottovalutata”. Al di là di responsabilità più o meno individuabili, le conclusioni cui si arriva sono piuttosto chiare: “Per restituire rappresentanza a chi lavora e ai ceti popolari serve una nuova cultura politica e una diversa classe dirigente, capace di mettere al centro i bisogni di chi lavora, dando voce a chi oggi ne è privo”.

Perché non dobbiamo dimenticare che l’Italia che non arriva a fine mese è figlia, o nipote, di chi a partire dalla fine della seconda guerra mondiale per decenni ha progressivamente conquistato diritti, o ha intrapreso la strada dell’emigrazione per conquistarsi un futuro. Quella stessa strada che ora parecchi giovani italiani qualificati sono costretti a ripercorrere per mancanza di prospettiva, e dignitose risposte di carattere economico.

Eppure il salario ha ancora un valore costituzionale, lo conferma l’articolo 36 della Costituzione, citato nel volume: “Il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Sembra di ascoltare l’eco di una voce ormai troppo lontana.