In Spagna il salario minimo sale a 1.221 euro. Per quattordici mensilità. Otto anni fa era 736. Un balzo del 65 per cento, firmato da governo e sindacati sotto lo sguardo di Sánchez e della ministra Díaz. Ogni anno un aumento, ogni anno un pezzo di dignità restituita. Una liturgia civile che celebra il lavoro, non la rendita.

Per otto anni i sacerdoti del catastrofismo hanno officiato la stessa messa funebre: imprese in fuga, occupazione in macerie, economia paralizzata. La realtà ha risposto con una crescita sopra la media europea e una disoccupazione ai minimi dal 2008. Il disastro annunciato ha perso il treno, forse viaggiava in business class o su Trenitalia.

Madrid non ha scoperto formule esoteriche. Ha stabilito una priorità politica: chi lavora merita una paga che tenga in piedi una vita intera. Lo ha scritto nero su bianco e lo ha difeso davanti alle lobby che ululavano alla luna. La politica, quando vuole, incide sui salari. Non li contempla come fenomeni atmosferici.

In Italia, invece, la parola salario minimo provoca orticaria istituzionale. Meloni e compagnia la trattano come una parolaccia da lavare con il sapone del rinvio in commissione. Non si discute, né si media e neanche si prova. Semplicemente si archivia. Intanto tre euro l’ora restano perfettamente legali, purché il mercato sia salvo e la coscienza anestetizzata.

Altrove si governa scegliendo un campo. Da noi si recita la parte degli equilibristi sopra il filo dei bassi salari, applauditi da chi confonde la libertà d’impresa con la libertà di pagare poco. La differenza non è teorica, è in busta paga. E pesa più di qualsiasi slogan.