Il ministero dell’Interno, dall’inizio di quest’anno, ha sospeso la pubblicazione dei report trimestrali sugli omicidi volontari. Oggi i dati vengono diffusi solo su base annuale e in forma parziale. È una scelta che pesa, soprattutto quando si parla di violenza di genere e femminicidi, un fenomeno che richiede monitoraggio costante, analisi approfondite e informazioni accessibili.

MENO OMICIDI MA STABILI QUELLI COMMESSI DA PARTNER O EX

L’ultimo report, pubblicato a gennaio 2026, fotografa l’andamento degli omicidi volontari nel 2025. I numeri dicono che gli omicidi in generale sono diminuiti, ma quelli commessi da partner o ex partner restano sostanzialmente stabili.

Nel 2025 sono stati registrati 286 omicidi, contro i 335 dell’anno precedente (-15%). Le vittime donne sono state 97, in calo rispetto alle 118 del 2024 (-18%). Di queste, 85 sono state uccise in ambito familiare o affettivo (erano 101 l’anno prima, -16%). Le donne uccise da partner o ex partner sono state 62. Gli omicidi commessi dal partner o ex partner sono passati da 72 a 71 (-1%), mentre il numero delle vittime femminili in questo ambito è rimasto invariato.

Una diminuzione complessiva, dunque. Ma la stabilità degli omicidi di partner o ex partner indica che il cuore del problema resta intatto.

I dati che mancano

Il punto, però, non è solo quanti omicidi vengono registrati. È quali informazioni vengono raccolte e rese pubbliche.

In Italia mancano dati fondamentali per monitorare in modo strutturato la violenza di genere. Non esistono, ad esempio, pubblicazioni sistematiche e aggiornate che vanno a indagare, in maniera disaggregata, i dati per genere degli autori e delle autrici degli omicidi; età, nazionalità e residenza di vittime e autori; eventuali denunce pregresse o misure di protezione attivate.

Una parte di queste informazioni compare nei report annuali dell’Istat, ma si tratta di pubblicazioni che arrivano con cadenza annuale e con tempi di elaborazione che non consentono un monitoraggio tempestivo.

Una legge ancora incompleta

Le norme ci sarebbero ma, evidentemente, la loro attuazione è parziale. In particolare, la legge 53 del 2022 prevede la raccolta e la pubblicazione periodica di flussi informativi sulla violenza di genere da parte di Istat, ministero della Salute, ministero dell’Interno e ministero della Giustizia.

I dati dovrebbero riguardare il tipo di violenza (fisica, sessuale, psicologica, economica); la relazione tra autore e vittima; la presenza di minori; gli accessi al pronto soccorso; indicatori di rischio e percorsi giudiziari. Ma l’attuazione è ancora parziale. E senza un sistema integrato, continuo e trasparente, ogni intervento rischia di essere frammentario.

Senza dati non c’è prevenzione

Il femminicidio non è un’emergenza episodica: è un fenomeno strutturale. Richiede analisi regolari, dati comparabili nel tempo, trasparenza e accessibilità pubblica. Solo così è possibile individuare fattori di rischio, valutare l’efficacia delle misure adottate, correggere le criticità.

In questo contesto è nata la campagna “Dati sulla violenza di genere”, promossa da Dati Bene Comune insieme alla rete D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza e a Period Think Tank. L’obiettivo è semplice e insieme ambizioso: garantire regolarità, completezza e accessibilità dei dati sulla violenza di genere. Perché senza dati non c’è conoscenza, senza conoscenza non c’è prevenzione. E senza comprensione non si costruiscono politiche efficaci.

In Italia il dibattito sui femminicidi si accende in modo intermittente, seguendo la cronaca. Eppure il fenomeno ha caratteristiche ricorrenti, dinamiche relazionali e contesti specifici che possono e devono essere studiati in modo sistematico. Non è sufficiente contare le vittime a fine anno. Occorre raccogliere informazioni omogenee su età, contesto familiare, precedenti denunce, misure di protezione attivate, segnali di rischio trascurati. 

Il punto non è solo statistico, ma politico e sociale. Affrontare il femminicidio come fenomeno strutturale significa trattarlo con gli strumenti dell’analisi sociale. Significa costruire un osservatorio permanente, integrare i dati di forze dell’ordine, magistratura, servizi sociali e centri antiviolenza, garantire trasparenza e continuità nella raccolta delle informazioni.

La prevenzione non nasce dall’emergenza, ma dalla conoscenza. E la conoscenza ha bisogno di metodo, regolarità e responsabilità istituzionale. 

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