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Le mancanze degli atenei pubblici non possono giustificare una “supplenza” delle università telematiche a cui un legislatore compiacente sta cercando di permettere una vera e propria trasformazione in esamifici: pago, e ottengo il titolo. Del proliferare di università telematiche improntate a massimizzare i profitti a discapito della qualità della formazione ci siamo già occupati su Collettiva. Il dibattito si è riacceso in questi giorni in occasione del dl Milleproroghe che dovrà essere convertito in legge entro il 1° marzo.
Al centro della questione c’è il tema cruciale degli esami a distanza - test standardizzati a risposta multipla per tutti i corsi e basati su dispense ad hoc - che sono al centro di questo modello. Sebbene siano vietati espressamente dal dm 1835/2024 - erano stati resi possibili per ovvie ragioni solo in fase pandemica -, gli atenei online hanno continuato a utilizzarli anche in questo anno accademico.
In presenza, ma per finta
In alcuni casi con escamotage assurdi come la conferma orale in presenza di un voto allo scritto on line, che comunque non può portare a una valutazione inferiore a quella riportata nello scritto. Di fatto si tratta di una semplice registrazione o convalida in presenza.
Ebbene, esiste una grande offensiva che vorrebbe che anche la legge sancisse questa totale liberalizzazione. A cominciare, appunto, dal decreto Milleproroghe con il cosiddetto emendamento “Salva Bandecchi” - il sindaco di Terni e proprietario della Unicusano - che sarebbe andato in questa direzione.
Bernini vuole la liberalizzazione
Se è vero che la riscrittura dell’emendamento ha ridimensionato la liberalizzazione delle prove online solo ad alcuni casi specifici (stabilmente impegnati all’estero; iscritti in Paesi coinvolti nel Piano Mattei. residenti in Stati interessati da conflitti o situazioni emergenziali), è anche vero che la ministra Bernini spinge per il totale via libera: da quasi un anno è infatti bloccato in qualche stanza ministeriale un decreto sulle telematiche, spesso annunciato ma mai circolato e tanto meno pubblicato, che secondo diverse ricostruzioni avrebbe proprio al centro la legittimazione e la regolazione degli esami on line in tutti il sistema universitario italiano.
Un’offensiva su larga scala
A supporto di questa idea si è speso dalle colonne de la Verità il direttore Maurizio Belpietro: “I baroni universitari sono sul piede di guerra”, si legge in un editoriale del 12 febbraio. “Da un po’ di tempo a questa parte vedono il loro regno assediato. Non da concorsi che impediscono di trasmettere la cattedra di padre in figlio”, ma dalle università telematiche che sono cresciute esponenzialmente “mettendo a repentaglio potere, visibilità e consulenze dei docenti delle università tradizionali”.
Sul piede di guerra anche i rappresentanti degli studenti negli atenei Multiversity (Pegaso, Mercatorum, San Raffaele Roma: il cuore delle università for profit) che hanno inviato una lettera aperta alla ministra e al presidente dell’Anvur per chiedere una scelta politica e di sistema coraggiosa e definitiva, cioè in sostanza nuove regole che permettano di sostenere esami online, in tutte le università in modo stabile e organico.
Fracassi: punto di non ritorno del degrado del sistema
“Pensiamo che l’eventuale legittimazione degli esami online non sia solo un errore, ma un punto di non ritorno nel degrado del sistema universitario”, commenta Gianna Fracassi, segretaria generale Flc Cgil. È certamente vero che le università statali in questi anni hanno ridotto l’offerta e i percorsi di sostegno per gli studenti lavoratori e soggetti socialmente o individualmente fragili: le sedi staccate sono state ridotte di oltre un terzo (da più di 160 a meno di 110), i corsi serali sono stati chiusi, i percorsi intensivi ed estivi sono praticamente spariti.
La risposta però, sottolinea la dirigente sindacale, “non può essere l’aggiramento delle regole o la trasformazione di una parte dell’università in un esamificio, un segmento squalificato che ne minerebbe la qualità complessiva, destrutturando così il valore legale del titolo di laurea”.
Il problema d’altra parte non riguarda tutte le università telematiche e tutta la didattica a distanza che esiste dal 1992 con la nascita del Consorzio Nettuno, ma quelle realtà che utilizzano la tecnologia e gli scarsi controlli per fare profitti in un segmento cruciale per il futuro del Paese.
Perché sono nate le università telematiche
Le università telematiche sono nate (legge 289/22) con un obiettivo importante: offrire a studentesse e studenti impossibilitati a frequentare i corsi – magari perché lavoratori, oppure perché residenti in regioni sprovviste di sedi – l’opportunità di conseguire un titolo universitario. Tuttavia, importanti cambiamenti occorsi negli ultimi anni hanno creato una situazione che rischia di andare fuori controllo e di coinvolgere, nelle logiche di mercato che stanno trionfando, l’intero sistema universitario.
Un percorso graduale e segnato da due tappe fondamentali: l’andata a regime di un sistema di quasi mercato con la riforma Gelmini del 2010 e il parere del maggio 2019 del Consiglio di Stato che ha consentito alle università di diventare società di capitali e, dunque, di fare profitti.
Per questo, conclude Fracassi, “ribadiamo la necessità di difendere le regole e l’impianto pubblico dell’attuale sistema universitario, attivando una regolazione transitoria e un superamento delle forme profit”. Il tutto “rilanciando le sedi staccate, le lezioni serali e i corsi intensivi negli atenei pubblici, con finanziamento pubblico di dimensioni europee; attivando monitoraggi rigorosi su personale, studenti ed esami; mantenendo la forma in presenza delle verifiche e delle tesi, garantendo la libertà di docenza e la qualità dei percorsi di studio”.

























