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Udite, udite. Per venti giorni la benzina costa meno. Un miracolo a tempo, come i saldi di fine stagione o le promesse elettorali. Il governo scopre all’improvviso la sofferenza degli automobilisti, la lenisce con qualche centesimo e la richiude in un decreto usa e getta. Generosità intermittente, perfetta per arrivare al giorno giusto.
La coincidenza ha la grazia di un invito ad un matrimonio a Ferragosto. Alla vigilia del referendum sulla giustizia spunta lo sconto alla pompa, presentato come gesto di buon senso. In realtà sembra, neanche troppo velata, la più classica delle mance elettorali con lo scontrino ancora caldo. Si paga oggi per incassare domani, direttamente nell’urna.
Meloni, Tajani e Salvini recitano la parte dei responsabili. Ripetono che il voto al referendum di domenica e lunedì non cambierà gli equilibri, che il governo resta solido, che nessuno trema. Poi però infilano il bonus carburante come una toppa cucita in fretta. La sicurezza ostentata ha il suono metallico della propaganda.
Il messaggio è limpido. Se il sorteggio dei magistrati fatica a convincere, meglio lubrificare il consenso con qualche litro scontato. La democrazia ridotta a distributore automatico, inserisci il voto ed esce il pieno. Un’idea brillante, se si considera il livello medio del dibattito pubblico nostrano.
Eppure sotto la vernice si intravede l’ansia. Perché chi è davvero certo della vittoria non compra consenso al dettaglio. Qui invece si raschia il fondo del serbatoio politico, tra slogan e regalie. Altro che serenità istituzionale. Qui qualcuno sente odore di sconfitta e accelera. Anche a costo di bruciarsi.






















