Unicusano, università “internazionale” bosniaca di Goradze, università degli studi Link: sono solo alcuni esempi di università telematiche (in tutto o in parte) finite negli ultimi mesi nel mirino di indagini o inchieste giornalistiche per motivi diversi. Si dirà che sono casi limite, ma come spesso accade gli esempi estremi toccano problemi strutturali.

In questo caso il nodo è chiaro. Le università telematiche sono nate (legge 289/22) con un obiettivo importante: offrire a studentesse e studenti impossibilitati a frequentare i corsi – magari perché lavoratori, oppure perché residenti in regioni sprovviste di sedi – l’opportunità di conseguire un titolo universitario. Tuttavia, importanti cambiamenti occorsi negli ultimi anni hanno creato una situazione che rischia di andare fuori controllo e di coinvolgere, nelle logiche di mercato che stanno trionfando, l’intero sistema universitario. Con risultati rispetto ai quali, i citati fatti di cronaca, non sono che esiti estremi.

L’impennata degli iscritti

D’altra parte l’impatto delle telematiche è notevole dal punto di vista quantitativo. Negli ultimi anni, infatti si è registrata una crescita esponenziale degli iscritti, che sono ormai il 12% del totale e in continua espansione. Non solo: la ripresa delle iscrizioni successive al 2016 è da imputare per il 73% proprio alle telematiche”. “Insomma il cambiamento quantitativo, quando raggiunge queste dimensioni, diventa qualitativo e può avere, se non governato, pericolose ricadute generale”, commenta Luca Scacchi, responsabile Forum docenza Universitaria della Flc Cgil,.

Siamo, insomma, su di un pericoloso “piano inclinato” che ha dato il titolo al rapporto realizzato dalla Flc Cgil presentato e discusso oggi (10 aprile) dalla Flc Cgil insieme ad esponenti del mondo universitario e sindacale. Ma cosa, effettivamente, è cambiato tanto da generare questo allarme?

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Il piano inclinato

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L’università che fa profitti

Scacchi due sono le tappe da segnare: “L’andata a regime di un sistema di ‘quasi mercato’ con la riforma Gelmini del 2010 e il parere del maggio 2019 del Consiglio di Stato che ha consentito alle università di diventare società di capitali e, dunque, di fare profitti. Sia chiaro, erano tendenze già in atto, ma il pronunciamento ha dato ora a questa situazione una veste giuridica. Il punto cruciale, però, sta nel fatto che il sistema universitario italiano per come è nato e per come ha sviluppato negli anni la sua normativa di riferimento non è adeguato nel gestire situazione profit, nel fare cioè in modo che fare utili sia conciliabile con l’interesse generale”.

Sia chiaro, commenta il dirigente sindacale, “per noi l’università non dovrebbe essere for profit, come così era chiaramente indicato nel disegno di legge del 1991 dell’allora ministro Ruberti. Tuttavia, poiché la situazione è questa servono regole che governino il sistema, altrimenti si rischia un rapido decadimento”. Ricordiamo infatti che tutti gli atenei, siano essi pubblici, privati, in presenza o a distanza, rilasciano titoli di studio aventi valore legale.

Il caso più eclatante è quello dell’ateneo bosniaco sopra citato, che rilasciava titoli di studio in ambito sanitario non riconosciuti in nessun paese europeo. “In questo ateneo – attacca Scacchi – insegnavano medici e dirigenti del servizio sanitario e sono stati fatti accordi per tirocini, progetti: insomma una sorta di accreditamento indiretto nonostante non ci fosse stata nessuna autorizzazione del ministero”. Risultato: mille lauree non valide per cui sono stati pagati tanti soldi.

Tante le criticità

La prima è la possibilità che le università telematiche falliscano: per i buchi legislativi di cui abbiamo detto al momento non esiste una normativa che protegga non solo i lavoratori, ma anche gli studenti iscritti ai corsi. Ancora: stanno proliferando nuovi sistemi “ibridi”, come quelli dell’università Link di Malta (più volte oggetto di polemiche e indagini negli anni) che è nominalmente in presenza, ma che sfrutta le possibilità delle procedure telematiche: per esempio con gli esami nelle distaccate e la commissione che in parte può non essere in presenza. La Flc, si legge nel rapporto, “ha segnalato formalmente questa estensione indebita delle norme previste per i corsi a distanza agli esami di corsi in presenza a ministero, Cun e per conoscenza a tutti i Rettori delle università italiane, sottolineando il rischio di creare esperienze ibride che esportano modelli didattici e di business delle telematiche nel sistema universitario nel suo complesso, con il rischio, in una logica competitiva di acquisizione di nuovi immatricolati, di portare più o meno rapidamente alla disgregazione dell’impianto nazionale dei titoli di studio”.

Una segnalazione caduta però nel vuoto. Ma l’aspetto più grave, forse, sottolinea il dirigente della Flc, è che “le università telematiche continuano a fare esami online sebbene questa procedura sebbene ciò non sia più possibile dopo la fine dello stato di emergenza, e cioè dal 30 marzo del 2022”

Ma si potrebbero segnalare ancora tante cose: per esempio un rapporto tra studenti e insegnanti dieci volte superiore rispetto a quello delle università tradizionali, la presenza di un numero enorme di insegnanti precari (il 29.51%, praticamente il doppio che nelle tradizionali), l’effettiva libertà didattica e di ricerca all’interno di un sistema che, proprio perché profit, deve attirare e “soddisfare” studenti-clienti e, non da ultimo, il fatto che il personale non docente non abbia un proprio contratto nazionale di riferimento che la Flc Cgil da tempo chiede.

“Per tutte queste ragioni – conclude Scacchi – chiediamo di dare nuovi poteri di ispezione, verifica e controllo al ministero e al Cun”. Servono regole, altrimenti il rischio paventato è quello di un Far West che in parte già esiste ma che rischia di infettare come una tabe l’intero sistema universitario.