Negli ultimi mesi viale Mazzini è stata attraversata da una serie di addii, sostituzioni e tensioni che hanno riportato al centro del dibattito il futuro del servizio pubblico. Sigfrido Ranucci, Francesca Fagnani, Milo Infante sono alcuni dei grandi nomi che fanno discutere, ma nella calda estate sono passate in sordina anche vicende altrettanto gravi, come le dimissioni di mezza Commissione di vigilanza. La grande fuga dalla Rai fa riflettere sulla crisi ormai innegabile del servizio pubblico: una delle più grandi aziende del Paese, che dovrebbe provare a stare sul mercato.

Dal 2024 in poi la Rai ha visto andare via Amadeus, Fazio, Littizzetto e poi sempre più professionisti, fino ad arrivare a un punto in cui la motivazione delle “divergenze personali” non può più essere sufficiente. “Il tema dell’opportunità politica c’è sempre stato – commenta il segretario generale Slc Cgil Riccardo Saccone – ma arrivati a un certo punto la politica non può prevalere sul bilancio economico di un’azienda come la Rai”.

Il progressivo smantellamento di Rai Tre (dalla chiusura di alcuni programmi allo stop punitivo alle repliche estive di Report) si è immediatamente tradotto in un calo degli ascolti, che però l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi aveva descritto nel giugno scorso come “trasformazione del canale”, rivendicando la fuga del pubblico come il risultato positivo di un cambio di linea editoriale.

Il segretario generale Saccone invita a guardare i numeri: da un lato quelli di Report, con una media di share del 9 per cento; dall’altra quella di nuovi progetti editoriali nati per dare vita a una “narrazione alternativa” e fermi al 2-3 per cento. La Rai continua ad avere 585 milioni di debito netto e un bilancio di Rai spa in perdita di 21 milioni. “Parliamo di amministratori di denaro pubblico”, ricorda Saccone: “Se dovessimo valutare le loro capacità manageriali dal punto di vista dei risultati aziendali, sarebbe difficile non dubitare delle loro capacità di resistere ai diktat della maggioranza politica”.

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La Rai sembra dunque perdere, pezzo dopo pezzo, quel ruolo di fulcro del sistema produttivo dell’audiovisivo, già insidiato dalle piattaforme di streaming e dalle pay tv, nei confronti delle quali non riesce a dimostrarsi competitiva. “Non che la Rai debba diventare un servizio commerciale – spiega Saccone – ma dovrebbe saper stare sul mercato, producendo contenuti che attirino le persone, affrontando le sfide della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale. Mi pare invece, francamente, che tutto questo resti sullo sfondo, sempre più sfocato”.

Al momento, più che investire in innovazione e risorse umane, la Rai ha avviato un piano di dismissione che prevede la vendita di 15 immobili storici e di pregio in tutta Italia, per una superficie complessiva di oltre 150 mila metri quadri. Nel frattempo, oltre ai grandi nomi, circa 13 mila persone lavorano in Rai, molte delle quali precarie da decenni, e centinaia di professionisti aspettano di sapere se il loro progetto verrà confermato, sospeso, cancellato, o se verranno per l’ennesima volta spostati a fare altro. Anche per questo servirebbe subito il cambio di rotta invocato da Saccone: “Separare il più possibile il decisore aziendale dall'editore politico. Non è più tollerabile che i manager del servizio pubblico non siano liberi di fare delle scelte manageriali”.

Anche la Slc e la Cgil saranno al presidio davanti alla sede Rai di Napoli promosso per il 5 settembre da Articolo 21. “L'allontanamento di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, nel pieno di un’indagine ancora in corso in cui il giornalista è vittima di un atto inquietante - scrivono in una nota - rappresenta un salto di qualità nell’insofferenza di certo potere politico all'indipendenza del giornalismo”.

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