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Non c’è soltanto il destino di Sigfrido Ranucci. E non c’è nemmeno soltanto il futuro di Report. La vicenda che sta attraversando la Rai riguarda qualcosa di più grande: la possibilità per il servizio pubblico – e non solo - di fare informazione libera, autonoma e d’inchiesta. In definitiva, riguarda l’articolo 21 della Costituzione e il diritto dei cittadini e delle cittadine a essere informati.
L’assemblea dei giornalisti interni di Report ha proclamato lo stato di agitazione, riservandosi "ulteriori iniziative di lotta democratica, compreso lo sciopero", dopo la decisione dell’azienda di sostituire Ranucci alla conduzione del programma. Una scelta definita dalla redazione "arbitraria" e "non ancora motivata". I giornalisti hanno fatto proprie le rivendicazioni degli inviati, che hanno annunciato di essere pronti ad abbandonare la trasmissione in assenza di un ripensamento della Rai.
La questione investe direttamente anche il futuro di uno dei programmi di approfondimento più seguiti del servizio pubblico. Un prodotto capace di garantire ascolti e, dunque, anche ricavi pubblicitari. Un elemento tutt’altro che secondario per un’azienda pubblica che negli ultimi anni ha perso volti, programmi e quote di pubblico.
Vero è che l’amministratore delegato della Rai Rossi ha festeggiato il considerevole calo di ascolti di Rai 3 come un suo successo personale, ma essendo la Rai azienda pubblica è possibile che la Corte di Conti - almeno fino a quando il governo non riuscirà a svuotarla di poteri così come sarebbe sua intenzione – abbia qualcosa da eccepire.
E le tensioni potrebbero non fermarsi qui. Secondo quanto riferito dall’Adnkronos, Francesca Fagnani avrebbe manifestato alla Rai perplessità sul rinnovo del contratto in esclusiva, in scadenza nella primavera del 2027. Anche il futuro di Belve dunque, altra trasmissione di punta della rete, entra così nel quadro di una Rai attraversata da continue trasformazioni e addii. Negli anni del governo Meloni hanno lasciato o sono usciti dai palinsesti, tra gli altri, Roberto Saviano, Fabio Fazio e Amadeus. E con loro sono usciti ascolti e introiti pubblicitari.
Ma il punto politico e democratico va oltre nomi e programmi. "Report non può esistere senza i suoi inviati e senza la sua redazione, produzione, filmmaker e montatori", sottolinea l’assemblea, rivendicando un patrimonio di professionalità costruito negli anni e la funzione civile di un giornalismo capace di indagare il potere. È precisamente questo il nodo. L’inchiesta giornalistica, quando svolge davvero il proprio mestiere, non può che occuparsi dei poteri politici, economici e finanziari. Per questo la sua autonomia non costituisce una questione corporativa dei giornalisti, ma una garanzia per tutti.
A sostegno della redazione è intervenuto anche il Cdr Approfondimenti Rai, che ha chiesto a Usigrai, Stampa Romana e Fnsi di valutare "tutte le misure di lotta esperibili" e ha invitato gli altri comitati di redazione dell’azienda, i colleghi e le colleghe a partecipare a una battaglia "per la tutela del giornalismo di inchiesta in Rai".
La mobilitazione, intanto, esce dagli studi televisivi e arriva nelle piazze. Sabato 5 settembre Articolo 21 e Imbavagliati, Festival internazionale di giornalismo civile, promuovono a Napoli, insieme a FreeAssangeNapoli, un presidio pubblico per l’autonomia del giornalismo del servizio pubblico. Una X realizzata con lo scotch rosso sarà il simbolo della manifestazione: "Un gesto semplice contro il silenzio imposto".
All’iniziativa aderiscono Cgil e Slc Cgil Napoli e Campania. Per il sindacato, l’allontanamento di Ranucci "rappresenta un salto di qualità nell’insofferenza di certo potere politico all’indipendenza del giornalismo" e rende ancora più urgente il pieno recepimento dell’European Media Freedom Act.
"La Rai è un bene comune che custodisce, o dovrebbe custodire, il pluralismo informativo e culturale e la loro piena accessibilità", affermano Cgil e Slc, denunciando le continue ingerenze politiche sul servizio pubblico e il rischio di trasformarlo in uno strumento della propaganda governativa.
Nella stessa giornata la protesta arriverà anche a Torino. "La libertà di stampa non si rimuove, si difende" è lo slogan del presidio convocato alle 10 davanti alla sede Rai di via Verdi 16, promosso da Free Assange Italia con Anppia Torino, Centro studi Italia Cuba, Articolo 21, Zona Libera e associazione Schierarsi.
Infine, anche le sezioni Anpi Rai di Roma e Torino legano quanto sta accadendo a una questione che supera il destino personale di un conduttore: "Difendere Ranucci, la redazione di Report e l’autonomia del servizio pubblico significa oggi difendere la democrazia e continuare, nel nostro tempo, a dare vita ai valori della Costituzione".
È questo, alla fine, il terreno sul quale si gioca la partita. Non stabilire chi occuperà una poltrona davanti alle telecamere, ma decidere quale servizio pubblico debba avere il Paese. E soprattutto se chi indaga il potere debba sentirsi libero di farlo.


























