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Il mondo fuori dallo schermo è sempre più complesso. Tra guerre, genocidi, femminicidi, avanzata delle destre estreme, apocalisse climatica, stiamo danzando sull’orlo dell’abisso. Dentro lo schermo, invece, si aprono spazi di resistenza e ipotesi alternative, strade possibili per immaginare un domani migliore. Con questa premessa si inaugura la 83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica, per gli amici Festival di Venezia, che si tiene al Lido dal 2 al 12 settembre.
La corsa al Leone d’oro e il ruolo di Maggie Gyllenhaal
Come sempre, si parte dalla competizione per il premio più prestigioso, il Leone d'oro. A guidare la giuria è una donna: l’attrice, regista e sceneggiatrice americana Maggie Gyllenhaal, figura d'autore dallo sguardo acuto e indipendente. Chiamata a presiedere i giurati che decreteranno i vincitori, la regista ha sottolineato di voler accostarsi ai film in gara con “curiosità, ammirazione ed entusiasmo”. preannunciando una valutazione attenta alla “verità e alle voci uniche” del cinema contemporaneo.
Quali sono questi film? Prima di tutto c’è stata la sorpresa dell’ultima ora: Naza, documentario entrato a completare il concorso, diretto dai registi e attivisti Yuval Abraham e Rachel Szor (già co-autori del pluripremiato No Other Land). Si tratta di un documentario girato di notte sui tetti di Tel Aviv per svelare dall’interno la macchina della morte israeliana. E così si accendono di nuovo i riflettori sul genocidio in Palestina.
Il lavoro secondo Brizé
Insieme a lui troviamo molti titoli in competizione dall’elevato valore sociale: Un bon petit soldat di Stéphane Brizé con Vincent Lindon e Alba Rohrwacher, che ci porta nel cuore di un’azienda: Carla è una dirigente di 43 anni che cerca di conciliare il suo ruolo col benessere dei lavoratori, ma all’improvviso scopre un caso di management tossico. Brizé, cineasta del lavoro, ha già analizzato questo mondo con film grandi e potenti, come La legge del mercato e In guerra, ora rovescia la questione adottando la prospettiva di una manager donna.
Tanti italiani corrono in concorso, da Nanni Moretti (Succederà questa notte) a Paolo Strippoli (L’estranea). Tra questi c’è Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, tratto dall’omonimo romanzo che scava nelle profonde ferite socio-emotive del Sud Italia attraverso la storia di un figlio che racconta sua madre.
L’unica regista in concorso
Dopo l’annuncio del programma, ha tenuto banco la polemica sulla presenza di un’unica donna in concorso. In realtà poi sono diventate due, con l’inserimento di Naza con Rachel Szor co-regista. Sono quindi “una e mezzo”, comunque troppo poche. L’unica donna era la regista di Woman Unknown (Kvinde Ukendt), diretto dalla danese May el-Toukhy, con mamma danese e padre egiziano. La protagonista è Marie, una donna che sta per sposare il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. L’opera si offre allora come un ritratto psicologico e sociale incentrato sul corpo, sull’identità e sulla resistenza del femminile davanti ai rapporti di forza sfavorevoli.
La ragazza con la leica e la donna africana
La spinta al sociale del festival si amplifica nella sezione Orizzonti, dove spiccano due opere fortemente simboliche e incentrate su figure e universi femminili di notevole spessore etico. Ad aprire la rassegna è La ragazza con la Leica di Alina Marazzi, liberamente tratto dal romanzo Premio Strega di Helena Janeczek. Il film ripercorre la figura straordinaria di Gerda Taro (interpretata da Emilia Schüle), prima fotogiornalista caduta al fronte durante la guerra civile spagnola insieme al compagno Robert Capa. La produzione lo descrive come un ritratto denso di passione politica, emancipazione e coraggio al femminile, raccontando il ruolo cruciale delle donne e dello sguardo fotografico nel documentare i conflitti.
Sul versante delle resilienze familiari e comunitarie si colloca invece La maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu, girato in Camerun. Con protagonista Josette Kwanya, la pellicola mette in scena un intenso dramma intimo e sociale dove la figura della donna diventa perno della famiglia e della comunità di fronte alle intemperie della vita, alla scomposizione degli affetti e alla crisi economica del presente.
Il maestro Robert Guédiguian
C’è poi una figura fondamentale che torna al Festival di Venezia: Robert Guédiguian. Il cineasta marsigliese nella sua carriera ha dato un contributo imprescindibile nel raccontare il mondo del lavoro, stavolta arriva alla sezione Giornate degli Autori con Une Femme Aujourd'hui (Una donna oggi). Rimanendo fedele alla dimensione sociale dell’amata Marsiglia e al suo storico cast (Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan), Guédiguian affronta le contraddizioni del lavoro contemporaneo attraverso la figura di una donna moderna, divisa tra precarietà economica, doveri familiari e di cura e il bisogno di emancipazione e solidarietà di classe.
I ragazzi che aspettano Ken Loach
Sodale e amico di Guédiguian, sulla kermesse si allunga anche l’ombra di Ken Loach. In modo indiretto: sempre nelle Giornate, verrà presentato il documentario Waiting for Ken Loach di Simone Amendola. Il film racconta una “favola reale” di resistenza culturale: la storia del Piccolo Cinema di Mesagne, una rassegna e spazio cinematografico interamente gestito da un gruppo di adolescenti in Puglia. Cresciuti in un territorio segnato da complessi contesti socio-economici, questi ragazzi trovano nella passione per il cinema uno strumento di emancipazione e riscatto sociale.
Con tenacia ideologica, si mettono in testa di invitare nella propria cittadina il maestro del cinema civile britannico, Ken Loach. Il doc diventa così il racconto dell’eredità morale e politica che si trasmette di generazione in generazione, trasformando una periferia in uno spazio libero e condiviso nel nome del lavoro e della cultura.
Il ritorno di Venice4Palestine: per il popolo palestinese non è cambiato nulla
Insieme alla presenza di Naza in concorso, il Lido torna a essere la cassa di risonanza per l’impegno del movimento Venice4Palestine. Il collettivo ha diffuso una lettera aperta indirizzata alla Biennale, alla direzione della Mostra e ai professionisti del settore. Nell’appello si legge testualmente: “Rispetto a un anno fa per il popolo palestinese non è cambiato nulla e le lacrime non bastano ad assolverci: sono piuttosto l'evidenza della nostra impotenza”. I promotori denunciano il rischio che l'evento si isoli dalla realtà geopolitica: “Assistiamo increduli e impotenti allo strazio... Eppure, mentre si accendono i riflettori sulla Mostra del Cinema di Venezia, rischiamo di vivere l’ennesimo grande evento impermeabile a tale tragedia umana, civile e politica”. Qui per firmare l’appello.
Tra le richieste del movimento, spiccano l'esposizione della bandiera palestinese nelle sedi ufficiali (in corrispondenza della proiezione di opere come Al Mowaten Osama e Hiwar ma' albahr), la trasparenza sulle filiere produttive e lo stop agli accordi con enti legati al governo israeliano. L'appello ha registrato l'adesione di grandi nomi della cultura, tra cui la Premio Nobel Annie Ernaux, Roger Waters e Matteo Garrone. Insomma, anche stavolta il Lido di Venezia può diventare uno spazio di libertà e dare voce al grido del popolo palestinese.





























