C’era una volta il maestro Alberto Manzi, tra i più grandi rivoluzionari nella storia della pubblica istruzione italiana del Novecento, che con il suo celebre programma Non è mai troppo tardi alfabetizzò nel secondo dopoguerra milioni di persone attraverso gli schermi in bianco e nero del primo canale della Rai Tv. Le immagini del suo volto pacato e sorridente, la lavagna piena di lettere, restano tra le più iconiche dell’intera televisione nazionale.

Altri tempi, si dirà, tempi oramai dissolti senza soluzione di ritorno dall’avvento della Rete, ora definitivamente sepolti dalla scelta del governo di chiudere uno degli ultimi baluardi di servizio pubblico rintracciabili con il telecomando, il Canale 57 di Rai Scuola, che a partire dal primo ottobre lascerà il posto nel digitale terrestre a “Italiana”, secondo gli ideatori una rete “identitaria” che all’interno dei nuovi palinsesti avrà il compito di raccontare quella che viene definita “l’Italia reale” nelle sue dimensioni “territoriali, culturali e produttive”, con l’obiettivo di renderla maggiormente accessibile su varie piattaforme.

Dopo oltre vent’anni di programmazione Rai Scuola dunque chiuderà i battenti, per lasciare il posto alla sagra della salsiccia e simili; un danno culturale che soltanto chi non vuol vedere, o è in malafede, non può considerare tale. Basterebbe scorrere il suo archivio video, le infinite voci che intersecano letteratura e lingua italiana, le arti e le scienze, le tante interviste, gli approfondimenti su autori e temi che in questi due decenni hanno costituito un patrimonio insostituibile non solo per gli addetti ai lavori, insegnanti e studenti in particolare, che hanno attinto a piene mani per preparare un esame o una lezione.

Un archivio che si spera non venga disperso come si disperderanno gli utenti, di certo non campioni di share, ma che comunque negli ultimi periodi si erano assestati con una media annuale intorno allo 0,14%, calcolabile in spettatori tra i 175.000 e i 200.000 al giorno, numeri che testimoniano ascolti comunque significativi, e superiori rispetto agli anni di avviamento del progetto.

Ma una realtà come Rai Scuola non può essere valutata soltanto in termini di profitti (si pensi all’importanza assunta durante il periodo della pandemia) ma di qualità del servizio, unico nel suo genere, e alfiere di una diversità e profondità di contenuti ormai sempre più rare, che ora verrà a mancare. Evidentemente, a chi guida il timone della Rai poco importa, serve più ostentare una forma di sovranismo maccheronico (è proprio il caso di dire), che strizzi l’occhio a un certo tipo di elettorato, a un altro tipo di elettorato, in vista di elezioni sempre più vicine.

Il segnale sembra chiaro, e inequivocabile: la scuola pubblica, l’istruzione pubblica, neanche più nominate come tali, possono tranquillamente attendere, per far posto a fave e pecorino, tradizioni e abitudini locali, ben rinchiuse all’interno del proprio recinto, nel nome di un patriottismo che messo così, quale “racconto emotivo e crossgenerazionale dell’Italia”, produce solo un amaro sorriso di scherno.

In un comunicato pubblicato in fretta e furia dall’ufficio stampa Rai, si tiene a precisare che la piattaforma Rai Scuola non verrà cancellata ma spostata su RaiPaly, proprio per preservare e valorizzare la sua “funzione educativa e divulgativa”; posizione che non convince nessuno, come dimostra l’immediata petizione online, che ha già raccolto un buon numero di firme. Anche le opposizioni si muovono per chiedere chiarimenti, concentrando la protesta su modalità e reali motivazioni di questa ennesima presa di potere, ancora una volta ai danni del sistema educativo, della conoscenza, della proposta culturale. Con buona pace del maestro Manzi.