“Per la scuola siamo in una fase delicatissima. Le risposte che le agenzie educative sono chiamate a dare rispetto al profondo disagio giovanile che attraversa oggi la nostra società sono di grande complessità. E, tuttavia, le stesse scuole non dispongono di tutti gli strumenti necessari per rispondere in maniera adeguata”. Così Giulia Lauri, psicoterapeuta specializzata nel lavoro con i minori e impegnata con PsyPlus Ets in progetti sull’abbandono scolastico (come Fuoriclasse insieme a Save The Children), che intervistiamo una decina di giorni dopo l’assassinio, da parte di un coetaneo, di Abanoub Youssef, studente 18enne avvenuto all’interno dell’istituto Chiodo di La Spezia.

Di fronte a questa e altre tragedie la risposta del governo è come al solito securitaria, basti pensare alla circolare dei ministeri dell’Istruzione e dell’Interno su armi a scuola e metal detector.  “D’altra parte - aggiunge Lauri - ci sono tanti altri disagi che rimangono sotto soglia, che non arrivano ai mass media e che però esistono e sono molto diffusi nelle aule dei nostri istituti. Alla scuola si chiede insomma tanto”.

Forse anche troppo, certe volte, e a fronte di definanziamento e precarizzazione che vanno avanti da anni…
Certamente. Io credo che la responsabilità di quanto accade sia in generale degli adulti intesi come comunità educante. Certo la scuola, ma anche le famiglie e la classe politica in generale. Condotte autolesive, disturbi alimentari, chiusura in sé stessi rappresentano gli agiti di emozioni difficili da comunicare: la comunità di oggi deve rispondere a questo.

Per tornare alla scuola, oggi ha anche un mandato diverso rispetto al passato?
Direi di sì. Un tempo era demandata a fare “solo” formazione, occuparsi di didattica. I ruoli erano molto definiti, ma oggi tutto questo è cambiato. Ci si riempie la bocca di belle espressioni, quelle secondo le quali la scuola deve formare le giovani generazioni, formare cittadini e adulti consapevoli, ma poi spesso non le si danno gli strumenti per farlo. Ripeto, per me gli adulti devono recuperare la responsabilità sociale di porsi come comunità educante. Dalla politica in giù, a cascata.

Lei nelle scuole lavora su questi temi, cosa riscontra tra insegnanti e dirigenti scolastici?
Avvertono senz’altro che si chiede loro sempre di più. I dirigenti si sentono investiti di una funzione molto importante, ma poi vivono il loro ruolo come molto burocratizzato e quindi sentono spesso di non riuscire ad avere un impatto decisivo su questi temi. E tutto ciò genera ovviamente un po' di frustrazione e impotenza legata al proprio ruolo.

E i docenti?
Sono quelli che poi si trovano in concreto nelle situazioni più difficili. La domanda che sembra banale ma non lo è, è spesso: “Faccio lezione o ascolto i ragazzi?”. Trovare un punto di equilibrio non è facile. Hanno bisogno di sostegno, di formazione. Il loro ruolo negli anni è cambiato tantissimo, perché la società è cambiata in profondità, ma l'istituzione non è in grado di rispondere a questo mutamento. E quindi spesso si trovano imbrigliati in una funzione che è la stessa di 30 anni fa, pur dovendo rispondere a domande diverse da parte dei ragazzi, con in aggiunta una certa confusione di ruoli. Spesso le famiglie pensano che gli insegnanti possano rispondere a qualsiasi bisogno, anche a tutti i bisogni emotivi, ma questo ovviamente non è possibile. Quel che è certo è che anche i docenti vanno sostenuti.

Come, secondo lei?
Io credo che le scuole abbiano bisogno della presenza costante di uno psicologo, un po’ come avveniva ormai tanti anni fa con il medico. Quando le situazioni critiche e conflittuali sono così tante, non ci si può limitare a interventi emergenziali. La risposta deve essere strutturale.

E l’educazione sessuo-affettiva? Siamo tra i pochi Paesi a non averla…
Stessa cosa. Anche in questo caso, la sua presenza nelle scuole deve essere strutturata, non episodica o legata a iniziative particolari. Bisogna aiutare i ragazzi e le ragazze a esprimere le proprie emozioni, ci vuole una vera e propria alfabetizzazione emotiva: la violenza, il disagio, le condotte abusanti hanno sempre a che fare con l'incapacità di esprimere le proprie emozioni più dolorose, la tristezza, la paura e la rabbia. Insomma, facilitare il contatto con le proprie emozioni e poi naturalmente anche con la sessualità, che ha a che fare con una dimensione identitaria, una dimensione che ci mette in contatto con l’altro.

Il disagio giovanile però non ha solo una radice psicologica, ma anche sociale. L’esclusione può sfociare in violenza, penso anche a tutta la retorica razzista sui “maranza”…
Sono d’accordo. Ed è il motivo per cui anche per ciò che attiene a questi temi la funzione inclusiva della scuola è fondamentale.