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Le donne in cento piazze di Italia e poi tutte insieme a Roma hanno detto un grande e forte No alla riscrittura del ddl stupri. Ora, dopo quelle manifestazioni e la mobilitazione permanente (e dopo l’esito del voto referendario, ricordiamo che anche il voto delle donne è stato determinante per la vittoria del No), Giulia Bongiorno ha fatto un passo indietro. La presidente della Commissione giustizia del Senato, su spinta degli uomini del suo partito, la Lega, aveva rotto il patto siglato da altre due donne, Meloni e Schlein. Ma ora ha annunciato un Comitato ristretto per riscrivere il ddl, togliendo dal tavolo il proprio testo.
“Il ddl Bongiorno, al centro delle contestazioni di questi mesi, non è più il riferimento del confronto parlamentare”: commenta Lara Ghiglione, segretaria nazionale della Cgil. “È un primo risultato importante, che arriva anche grazie alla mobilitazione delle donne, dei centri antiviolenza, delle reti femministe e di tutte le realtà che in questi mesi hanno alzato la voce contro un arretramento culturale e giuridico inaccettabile. Ora si riparta dal testo della Camera”.
Da dove ripartire dunque? I primi paletti li fissa Cristina Carelli, presidente D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza: "Dopo la dichiarazione della presidente Bongiorno, che propone di lavorare in un gruppo ristretto per arricchire il testo del ddl, come Rete nazionale dei Centri antiviolenza crediamo sia importante ricordare che questo significherebbe partire da posizioni almeno in parte condivisibili. La nostra Rete non intravede alcun punto accettabile all'interno della proposta avanzata dalla senatrice, che non sembra voler aprire all'inserimento del consenso libero, attuale e revocabile".
La via maestra, l’unica via accettabile per le donne è tornare al testo del patto tra la presidente del Consiglio e la segretaria del Pd approvato all’unanimità dalla Camera dei Deputati.
“Anche noi - aggiunge Ghiglione - come le opposizioni, crediamo che l’unico terreno serio di discussione sia il testo approvato all’unanimità a Montecitorio, fondato sul principio del consenso libero e attuale e che rimette al centro un principio essenziale di civiltà giuridica e democratica. Ogni altro percorso che non assuma questo impianto - sottolinea la dirigente sindacale - rischia di produrre una legge sbagliata, confusa e pericolosa. Quando si parla di violenza sessuale non si può tornare indietro, con formule più ambigue e più deboli come quella della ‘volontà contraria’”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Carelli che sottolinea: “Così come affermato anche dalle opposizioni, ci auguriamo - aggiunge - pesi la presa di posizione della società civile concretizzata nelle iniziative che dalla fine di gennaio hanno coinvolto territori di tutto il Paese. La violenza di genere si combatte attraverso iniziative politiche che si devono ispirare alle esperienze di aree della società civile che hanno contribuito all'emersione del fenomeno e alla messa in campo di pratiche efficaci, che sono alla base della Convenzione di Istanbul. Il consenso - conclude - è un concetto necessario, da introdurre come base di nuovi modelli relazionali, vero grimaldello per decostruire la cultura dello stupro alla base del nostro vivere sociale".
Il significato etimologico di patriarcato è legge del padre, ebbene non è più accettabile che sui corpi delle donne si eserciti ancora la “legge del padre”. Quel patto tra donne deve essere onorato, non è accettabile tornare indietro dal consenso libero e attuale. La afferma con forza Ghiglione in conclusione: “Sul corpo e sulla libertà delle donne non sono accettabili mediazioni al ribasso, compromessi che annacquano la tutela. Serve una norma chiara, avanzata coerente con il lavoro che da anni fanno i centri antiviolenza, le associazioni delle donne e chi ogni giorno contrasta concretamente la violenza di genere”.
























