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Per anni hanno cucito borse destinate al lusso lavorando fino a quindici ore al giorno per 750 euro al mese. Senza ferie riconosciute, senza tutele e, in alcuni casi, subendo anche violenze fisiche. La storia dell’ex pelletteria Serena di Poggio a Caiano, nel distretto moda pratese, dopo la condanna della titolare dell’azienda nel 2023 si è chiusa il 28 maggio scorso con il recupero delle spettanze dovute ai lavoratori attraverso tutta la catena degli appalti. La cifra recuperata per le retribuzioni non ricevute sfiora i 60 mila euro a testa.
A raccontare la loro storia sono Pofana Mossa e Kouakou Kouadio, lavoratori originari della Costa d’Avorio e del Mali, grazie alle parole contenute in una nota della Cgil e della Filctem Prato Pistoia.
“Se non lavori, non vieni pagato”
La vicenda inizia nel marzo 2017. Mossa ha 33 anni, una moglie e due figli in Costa d’Avorio. Insieme a Kouadio cerca un impiego che permetta di mandare denaro a casa. La risposta arriva dalla ex pelletteria Serena.
Le condizioni, raccontano, diventano presto insostenibili. “Quindici ore al giorno, tutti i giorni, per 750 euro”, spiega Mossa. Le ferie non vengono riconosciute e i periodi necessari per tornare in Africa non sono retribuiti. Quando i lavoratori chiedono condizioni migliori, la risposta sarebbe stata sempre la stessa: “Se non si lavora, nessuna paga”.
Nel racconto emergono anche episodi di aggressione fisica. “Sono stato colpito con una cintura”, dice Kouadio. A quel punto i due lavoratori e un collega decidono di rivolgersi alla Cgil. “Non sapevamo come funzionasse il lavoro in Italia, non sapevamo che esistesse il sindacato”, raccontano.
La condanna e la risalita della filiera
Assistiti dalla Cgil e dall’avvocato Alessandro Gattai, i lavoratori avviano un procedimento giudiziario che nel 2023 porta alla condanna della titolare della ex pelletteria Serena per sfruttamento lavorativo. L’azienda produceva borse per un grande marchio della moda.
La vertenza però non si ferma alla sentenza. “I lavoratori avevano ancora da recuperare quanto spettava loro”, spiega Juri Meneghetti, segretario generale Filctem Cgil Prato Pistoia. Da qui la scelta di ricostruire tutta la filiera produttiva e risalire ai committenti.
Prima viene coinvolta un’impresa di Bologna che salda la propria quota. Poi il procedimento arriva fino a un gruppo svizzero, impresa madre della commessa, che aveva affidato il lavoro all’azienda italiana successivamente rilevata dal gruppo Florence. Con quest’ultimo viene raggiunto un accordo che copre integralmente le spettanze dei lavoratori.
Nella vicenda entra anche l’Inps, che recupera i contributi non versati. “Le leggi esistono, basta applicarle”, osserva Meneghetti, che indica Prato come uno dei territori decisivi nella battaglia contro lo sfruttamento nel manifatturiero.
Il nodo dei lavoratori che denunciano
Per Daniele Gioffredi, segretario generale Cgil Prato Pistoia, il caso dimostra quanto sia fragile la condizione di chi trova il coraggio di denunciare. “Se fosse passato lo scudo penale del governo, questi lavoratori non avrebbero ottenuto soddisfazione”, sostiene il dirigente della Camera del lavoro.
Il sindacato rivendica le proposte avanzate con il progetto “Legalità Prato” e annuncia l’apertura di un “Ufficio immigrati” alla Camera del Lavoro di Prato. L’obiettivo è seguire non soltanto le vertenze occupazionali, ma anche i problemi legati alla casa, ai documenti e alla protezione sociale dei lavoratori stranieri.
Salari bassi e part time involontari
La vertenza dell’ex pelletteria Serena si inserisce in un quadro economico che continua a mostrare forti contraddizioni. A Prato operano 2.387 imprese nel tessile tradizionale e 4.875 nel settore moda. Di queste ultime il 91% è a conduzione cinese.
Nonostante un tasso di disoccupazione fermo al 2,5%, inferiore sia alla media toscana sia a quella nazionale, nel manifatturiero i salari restano più bassi: 19.207 euro annui contro i 20.198 della media regionale e i 23.188 italiani.
Secondo la Cgil il problema si concentra soprattutto nei part time involontari e nei contratti di poche ore che spesso nascondono lavoro sottopagato e irregolare. Una pressione continua sui diritti e sui salari che, avverte il sindacato, rischia di impoverire l’intero sistema produttivo del distretto moda pratese.


























