I fatti sono noti: un professore dell’Itis di Parma rimprovera uno studente della scuola, non della sua classe, per aver preso a calci una lattina gettandola contro un’auto, prima dell’ingresso in aula. Atteso all’uscita, lo studente e un gruppo di suoi amici lo seguono nel parco adiacente, dove si svolge l’aggressione, ripresa in un video divenuto subito virale.

Il docente decide di non denunciare i colpevoli, ritenendo educativa la sua scelta, malgrado le dichiarazioni del ministro Valditara e i ripetuti inviti della polizia. Ha fatto bene o ha fatto male? Da qui nasce la discussione di queste ore, specialmente tra docenti, divisi in “buonisti” e “giustizialisti”.

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La mia posizione rientra nella prima categoria, ma non per mandare tutto in cavalleria, o perdonare un gesto simile, la cui gravità è sotto gli occhi di tutti, basta visionare le immagini: il branco che si avvicina, il fare minaccioso, la violenza perpetrata anche se, come sottolinea il protagonista della vicenda, in realtà il diretto interessato non è mai stato colpito davvero.

Chi ne ha fatto di più le spese infatti è stato un suo collega, che si è buttato nella mischia per difenderlo, ricevendo una volta caduto a terra più di qualche cinghiata da parte di uno studente, in pieno stile rissa da curva, o zone adiacenti. Ed è forse proprio qui che sta il vulnus, la ferita aperta e da rimarginare, sottolineata dal professore in questione.

Vale a dire il fatto che ci troviamo evidentemente di fronte a ragazzi che hanno più di qualche problema da affrontare nella loro povera vita, se a 16 anni non sanno far altro che reagire in questo modo per l’essere stati redarguiti davanti a tutti. E forse proprio questo potrebbe essere stato l’elemento scatenante, l’onta da lavare, l’aver fatto brutta figura di fronte agli altri compagni, alle fidanzate o aspiranti tali, da cui l’urgenza di vendicare subito, con azione eclatante, il danno d’immagine subito.

Come primo provvedimento, il dirigente scolastico dell’Istituto ha comminato 30 giorni di sospensione ai colpevoli; una decisione che, verosimilmente, dovrebbe comportare l’automatica bocciatura, trovandoci alla fine dell’anno scolastico. E propria questa, oltre ogni denuncia penale, dovrebbe essere la punizione esemplare: una bella bocciatura, soluzione che in molte altre circostanze mi trova in disaccordo, ma che stavolta potrebbe rivelarsi quella più idonea, soprattutto perché coinvolge direttamente anche le rispettive famiglie.

Perché il nocciolo della questione si trova anche qui, nella responsabilità delle famiglie al di là di origini e provenienze (alcuni di questi studenti sembrano essere nati in Italia da genitori stranieri), in quello che viene insegnato a questi ragazzi quando tornano a casa in termini di educazione e rispetto. Per quanto mi riguarda, è la prima delle domande venute in mente: chi sono i genitori di questi disgraziati, come sono stati cresciuti in questi 16 anni e, soprattutto, quali saranno i provvedimenti che verranno presi dentro casa, oltre quelli previsti dalla dirigenza scolastica?

Ecco perché credo che il professore abbia fatto bene a non denunciare, costruendo in questo modo un gesto educativo che rimanda ad altri tipi di conseguenze, non soltanto riguardanti il mondo scolastico, ma l’intera comunità educante.

E sono solidale soprattutto con l’altro professore, corso coraggiosamente in sua difesa (in quanti lo avremmo fatto?), sottomesso da una cinghia vibrante per la sua adolescenza inquieta, eppure anche lui in linea con quanto deciso dal collega: niente denuncia, malgrado le percosse. Mostrarsi diversi, per cambiare una mentalità dedita a una violenza e una vendetta purtroppo sempre più diffuse, non è da tutti. Ma è il nostro dovere di insegnanti.