Secondo il report di YouTrend il 55% delle elettrici che lo scorso 22 e 23 marzo si sono recate alle urne ha messo la croce sul No. Così come i ragazzi e il Sud il voto delle donne è stato determinante per la vittoria del No.

Le cittadine italiane hanno voluto festeggiare l’ottantesimo anniversario del conquistato diritto di voto contribuendo in maniera consistente alla difesa della Costituzione. E lo hanno fatto consapevolmente. Pochi giorni prima del voto in oltre 1.700 donne hanno firmato un Appello per il No al referendum spiegando che quella scelta era dettata dal fatto che per difendere e tutelare libertà femminili e diritti delle donne servono “istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti”. È questione di democrazia, potremmo affermare.

Prima di loro anche le donne dell’Udi, Unione donne italiane, forse la più antica associazione di donne, quella che ebbe un ruolo importante sia durante la Resistenza che nell’immediato dopoguerra per l’emancipazione femminile e l’affermazione dei diritti delle donne, si erano espresse per il No al referendum costituzionale. Non solo, l’Udi ha rivolto un invito a votare No sostenendo che “nel maschilismo generale v’è da temere che i reati contro le donne diventeranno secondari, non urgenti e di conseguenza per le donne denunciare gli autori di violenza ai propri danni”.

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Non a caso Lara Ghiglione, segretaria nazionale della Cgil, nel leggere il risultato referendario afferma: “Il voto del 22 e 23 marzo è un fatto politico rilevante: la vittoria del “No” non può essere letta soltanto come una dinamica tra schieramenti. È, piuttosto, l’espressione di una domanda diffusa di democrazia e partecipazione e dentro questa domanda, il ruolo delle donne appare tutt’altro che marginale”.

Dispiace che sul sito del ministero dell’Interno non compaia la percentuale di votanti divisa per generi, sarebbe stato, infatti interessante scoprire regione per regione la percentuale di elettori e di elettrici che si sono recati alle urne. Sospettiamo che le donne siano state di più. In ogni caso quel che appare evidente è che pur essendo poche le donne al lavoro, pur essendo più precarie e con salari più bassi, pur vivendo in Paese con un differenziale salariale di genere che appare inscalfibbile, e pur essendo ancora una minoranza quelle impegnate nelle istituzioni, le donne italiane sono da sempre, da ben prima che conquistassero il diritto di voto, pronte a difendere libertà e diritti.

Pensate cosa poteva succede se la riforma fosse passata e i due Csm e l’Alta Corte dovevano essere composti per sorteggio. Poteva accadere che pur essendo le magistrate in maggioranza, dal sacchetto della riffa potevano venir fuori solo maschi. Ma sospettiamo che non sia stata questa la motivazione principale che ha portato le donne a votare No. Quel voto è un voto per una giustizia uguale per tutti e tutte, per l’affermazione dei diritti che nella Costituzione sono scritti e che non sempre sono esigibili, per la libertà di ciascuno e ciascuna.

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“Quando una riforma costituzionale appare poco condivisa, - aggiunge ancora Ghiglione -, quando il processo che la genera non è realmente partecipato, quando si avverte il rischio di uno squilibrio nei poteri, il voto femminile tende a farsi argine. Non per difendere l’esistente in modo passivo, ma per rivendicare un principio: il cambiamento non può essere calato dall’alto, deve essere costruito insieme”. È quell’“insieme” una delle parole chiave, per le donne (quelle femministe non quelle come la Meloni) vale il noi.

Per la segretaria “c’è, in questo, un tratto profondamente politico e profondamente femminista. Perché la storia delle donne nella democrazia italiana è una storia di conquista faticosa dello spazio pubblico, di accesso tardivo alla cittadinanza piena, di continua negoziazione tra presenza e riconoscimento. Proprio per questo, quando le regole del gioco vengono messe in discussione, quello sguardo non è neutro: è vigile, è esigente”.

Il messaggio che arriva dalle urne allora è chiaro e dovrebbe essere colto: “le riforme si fanno con il consenso, con l’ascolto, con l’intelligenza collettiva. E le donne, che per troppo tempo sono state escluse dai luoghi in cui le regole si scrivevano, oggi non sono più disposte ad accettare che quelle regole vengano cambiate senza di loro. Non è solo una questione di rappresentanza. È una questione di democrazia”.

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