Sudari è un libro piccolo, ma pesante. Pesante per le cose che racconta, pesante perché mette tutti e tutte noi di fronte a ciò che accade a Gaza e che non solo non si può più negare, ma non si può più nemmeno provare a nascondere. I sudari bianchi, di mussolina, poi di cotone, poi di plastica, che hanno accolto e accolgono i corpi di donne, uomini, bambine e bambini che sono morti e continuano a morire a Gaza, in Cisgiordania, in Libano. I sudari che accolgono i morti sono diventati lo svelamento del genocidio.

Ecco la parola negata, perché negare si voleva ciò che realmente accade in quei territori: l’annientamento di un popolo, la distruzione di un territorio quasi fossimo al sale che i Romani gettarono su Cartagine perché lì non potesse nascere più nulla. Sudari è un libro scritto da Paola Caridi, giornalista e scrittrice che a Gaza, in Egitto, in Israele, ha passato parte consistente della vita e che, pur stando ora in Italia, da quei territori e da quel popolo non può prescindere. Il libro, edito da Feltrinelli, è un libro di parole.

Certo, si penserà, ogni libro è di parole, ma in questo il valore e il potere delle parole si impone. “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste”. Così recita l’incipit del Vangelo di Giovanni e con la necessità del Verbo si conclude Sudari.

La conversazione con Paola Caridi prova a dare senso ad alcune parole, a cominciare da sudari appunto, e attraverso loro al racconto del genocidio che è in atto in quelle terre, alla necessità di affermare, così come fa un rapporto dell’Onu, che lì si è consumata e ancora si consuma una nuova e reale “strage degli innocenti”, perché quel popolo venga annientato, senza più futuro.

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Il potere delle parole, secondo la scrittrice, è anche quello di diffondersi tra i “senza potere” che, richiamati dallo squarcio dei sudari, si sono ritrovati nelle strade e nelle piazze a contrastare con i propri corpi il silenzio sul massacro di innocenti. “I senza potere, quelli che si incontrano nei margini”, ma quelli che a volte, proprio perché si mettono in gioco, riescono a cambiare. Così come è successo con il referendum costituzionale sulla giustizia.

E poi la guerra e la pace. La prima ripudiata dalle madri e dai padri costituenti, la seconda di cui si parla troppo poco perché si ascoltano i rumori della prima. “Dovremmo, dobbiamo ascoltare le voce delle vittime”, afferma Caridi: “Dobbiamo ascoltare quel sussurro, quel soffio di vento della partecipazione. Perché Gaza riguarda noi e riguarda la nostra democrazia”.

La parola conclusiva del dialogo è rendere giustizia: “Non è vero che non si farà, il problema è che rischia di farsi tardi. E dobbiamo rendere giustizia a Gaza ma anche a noi. Noi siamo state formate a prevenire i genocidi, non è solo nostro dovere ma anche nostro diritto fermare il genocidio”.

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