PHOTO
Accanto alla sua vastissima produzione di critica letteraria, in questi ultimi anni il professor Giulio Ferroni ha proposto ai suoi lettori alcuni volumi che, partendo comunque da spunti di ambito culturale, vogliono riflettere sulla situazione sociale e politica della nostra contemporaneità, come argomentano le recenti pubblicazioni “Natura vicina e lontana. Umanesimo e ambiente dagli antichi greci all’intelligenza artificiale” (La Nave di Teseo, 2024), e “Petrarca. La bellezza dimenticata” (Inschibbolett, 2025), alle quali ora si aggiunge Tra Scilla e Cariddi. Panegirico per lo Stretto (Editori Laterza, pp. 154, euro 16), non soltanto un affascinante percorso nel mito e la storia di quei luoghi, dall’Odissea di Omero all’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, ma anche una netta opposizione all’ipotesi di costruzione di un ponte che unisca la Sicilia al resto d’Italia, senza considerarne i rischi ambientali e geologici.
Professor Ferroni, sin dalle prime pagine si chiarisce l’urgenza di questo nuovo lavoro. Da dove arriva?
Riflettevo da tempo su un libro del genere per denunciare l’assurdità di questa cosa, il progetto di costruire un ponte sullo Stretto in quelle terre, in quelle acque, per l’appunto tra Scilla e Cariddi. Poi la scintilla è scattata la scorsa estate quando, in Sicilia, parlandone con alcune persone mi sono sentito dire “lei la pensa così perché è comunista”… In realtà è un tema a cui sono affezionato, perché coinvolge anche la letteratura e il mito, oltre un fondamentale aspetto ambientale e geologico: non sono uno scienziato, ma ho letto libri e pubblicazioni di scienziati e ingegneri che spiegano bene i motivi di un’opposizione all’iniziativa del ministro dei Trasporti Salvini. Mi sono allora appuntato a grandi lettere, sul mio taccuino: devo scrivere un libro sul ponte dello Stretto. Da lì ho iniziato con la lettura dell’Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo, il “romanzo impossibile”; ho poi raccolto informazioni, mi interessavo agli ultimi sviluppi, alle notizie politiche della vicenda. Alla fine, tra i giorni di Natale e il nuovo anno, mi sono deciso a scriverlo. Eccolo qui.
Temi sociali legati alla letteratura, come già accaduto nelle ultime pubblicazioni, da “Natura vicina e lontana” a “Petrarca. La bellezza dimenticata”.
In realtà già da “L’Italia di Dante. Viaggio nel paese della Commedia” (2019) c’è stata un’attenzione dettata da una forte impronta ecologica, anche perché mi piace confrontarmi con una scrittura diversa da quella propriamente accademica, che esca dal tecnicismo professionale, affrontando temi che appartengano, purtroppo in maniera preoccupante, alla nostra contemporaneità.
Il volume ripercorre la storia della letteratura Occidentale che abita tra Scilla e Cariddi, dall’Odissea sino alle pagine di una scrittrice contemporanea come Nadia Terranova, prima firmataria dell’appello di Legambiente Sicilia per salvare la bellezza dello Stretto. Ma un rilievo particolare viene dedicato a Horcynus Orca.
Sì, un libro composto da una scrittura complessa, come bene racconta l’introduzione di Walter Pedullà all’edizione Rizzoli del 2003. Una lingua in cui dai luoghi del mito si arriva al mondo dei pescatori siculi fino agli anni ’50, dopo i quali lo stesso autore ha vissuto la progressiva modificazione dei territori in Sicilia. Ma qui si è anche concentrato lo sguardo di tanta letteratura umana, come luogo di passaggio, mitizzato dalle figure mostruose di Scilla e Cariddi. Un luogo di separazione e di incontro, come lì si incontrano il mar Tirreno e lo Ionio, dove si è condensata la vita storica dei sicani, dei siculi, dei greci, dei cartaginesi, dei romani, dei bizantini, degli arabi, dei normanni, attraversando i secoli sino appunto all’Horcynus Orca, dove i quattro giorni descritti in quasi mille pagine, subito dopo l’8 settembre ’43, ci portano al nostro tempo.
La storia della Sicilia, del nostro Paese.
Certo, non solo come identità geografica, ma testimonianza dei rapporti tra la Sicilia e il resto d’Italia maturati nel lavoro, nella violenza e nella passione: penso alla rovina dei terremoti di Messina e Reggio Calabria, ma non solo. Costruire un ponte sullo Stretto vuol dire fare violenza alla storia, alla letteratura ma anche all’ambiente, senza contare i pericoli di carattere geologico. Non si può trasformare questo luogo in una zona di transito, attraverso il messaggio propagandistico del “ponte degli Italiani”, della realizzazione di una grande impresa da intestare a qualcuno, lasciando l’imprimatur di un personaggio politico, la manifestazione della grandeur del contemporaneo. Il mito, la letteratura, la cultura in genere, sono soltanto un aspetto della questione. Ma la storia non bisogna mai trascurarla, compreso il fatto che qui, nell’epoca del boom, c’è stata un’economia di cattedrali nel deserto, dove sono state più le rovine che i vantaggi, come in tutto il Sud del nostro Paese. Basti pensare all’Ilva di Taranto.
Nelle ultime pagine si accenna anche al ruolo dell’intellettuale oggi, spesso poco partecipe alle vicende della società in cui vive. Distante.
Il mondo contemporaneo racconta le offese che vengono fatte alla natura, all’esistenza delle persone. Sulla scena mondiale si stanno imponendo fenomeni e soggetti dominanti, responsabili di una realtà che è sotto gli occhi di tutti, e di cui non conosciamo ancora tutte le conseguenze. E in questo tempo di offese agli esseri umani, alla natura e all’umanità, chiunque si occupi di cultura deve combattere con i mezzi che si possono avere contro questo contesto, cercando di comprendere come siamo arrivati a questo punto. Il libro vuole essere anche una comune interrogazione su queste cose, perché credo che almeno in alcune situazioni particolari, come la costruzione di un ponte sullo Stretto di Messina, che coinvolge quei luoghi studiati da filologi, classicisti, studiosi di lettere classiche di notevole prestigio, oltre l’orizzonte culturale ci si debba occupare anche dell’orizzonte politico.
























