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A Venezia arriva un film che sembra una favola, ma una volta tanto è la realtà. “Waiting For Ken Loach”, diretto da Simone Amendola, è stato presentato lo scorso 3 settembre nella sezione Confronti delle Giornate Degli Autori. Il film racconta l’esperienza del Piccolo Cinema di Mesagne, una sala interamente gestita da ragazzi e ragazze dagli 11 ai 18 anni, riportata in vita due anni fa. Un incontro che nasce da una dedica, un video messaggio rivolto al regista degli ultimi: “Se mangiamo insieme, restiamo uniti” è la scritta che si vede dall’alto su una lunga tavolata, un monito che arriva direttamente da “The Old Oak”, ultima opera del maestro inglese. L’occasione del video è proprio l’inaugurazione del “Piccolo Cinema Ken Loach”. E Ken Loach risponde.
Simone Amendola, com’è nato il suo incontro con i ragazzi e le ragazze del cinema di Mesagne, che poi è diventato il cuore di “Waiting for Ken Loach”?
La nostra associazione, Blue Desk, che produce anche il film, tra le varie attività si occupa soprattutto di formazione cinematografica nelle scuole e in contesti di disagio. Da questi percorsi nascono spesso esperienze virtuose, a volte anche in maniera casuale, perché le occasioni arrivano e le scintille possono nascere un po' ovunque. Nel caso di Mesagne c'era però un motivo in più: la professoressa Floriana Pinto ha un rapporto molto forte con quel luogo e quindi il dialogo e la riscrittura della storia culturale della città avevano una motivazione più profonda. Nello specifico, le motivazioni degli adolescenti possono essere molto diverse a seconda del contesto. Io, per esempio, sono di Roma e le esigenze e le aspettative dei ragazzi di una grande città possono essere differenti da quelle di chi vive in una realtà più piccola. Nel caso di Mesagne, come racconta il film, c'è stato un lungo cono d'ombra. La fame di riscatto è diventata interesse per ciò che arriva dall'esterno, con una sorta di antenna più raffinata verso le opportunità e le esperienze nuove. L'incontro è nato dunque da una parte nel solco di qualcosa di ordinario, cioè portare il cinema a scuola; dall'altra, la nascita del Piccolo Cinema è stata una reazione molto specifica a quella realtà.
Il cinema, soprattutto nelle piccole realtà del Sud, era un tempo un importante luogo di aggregazione. Poi, dagli anni Novanta in avanti, molti di questi spazi sono scomparsi. Oggi, invece, assistiamo a diverse esperienze di recupero. Che valore ha, secondo lei, ricreare questi luoghi di socialità?
Sono spazi di comunità. Quando ricrei dei luoghi pensati da chi ne ha necessità, ma anche per chi magari deve ancora scoprire di averne bisogno, succede qualcosa di importante. Perché quando in un territorio mancano certe cose, alla fine ci si dimentica anche che quelle cose potrebbero servirci. Nel momento in cui le riproponi ricrei un volano virtuoso, ricordi alla comunità che di quelle cose ha bisogno. Questo, secondo me, è il valore profondo della cultura, ma non tutti, purtroppo, vivono in ambienti nei quali questo valore viene ricordato. È chiaro che la vita è fatta di priorità. Se devi mangiare, se ti manca una casa, se hai problemi concreti, quello diventa naturalmente il tuo obiettivo. Ma se ti ricordi che esiste anche il resto e ti viene offerta la possibilità di accedervi, forse sarai più bravo anche a costruirti una vita che davvero possa realizzarti.
Un altro aspetto quasi magico di questa esperienza è il rapporto con Ken Loach, che nel suo caso nasce da lontano. Che cosa rende Loach diverso da tanti altri registi del suo livello? Perché lui, a differenza degli altri, risponde davvero?
È una bella domanda. Forse una risposta la trovo proprio nel primo scambio di email tra il Piccolo Cinema e Ken Loach. Quando ha saputo dell'esistenza di questo cinema che gli era stato dedicato, ancora non conosceva tutto quello che c'era dietro. Gli è arrivata la comunicazione da una sua assistente e lui ha risposto con una lettera bellissima in cui ci diceva di sentirsi orgoglioso e ci ringraziava molto per il fatto di avergli dedicato il cinema. E poi ha aggiunto una frase che mi ha colpito moltissimo: sentiva che eravamo “seduti dalla stessa parte del mondo, senza dimenticare che tutto questo va fatto anche con un sorriso e con una certa leggerezza”. Il socialista duro e puro è anche l'artista, ed è proprio questo che lo rende particolare: trova parole, modi e forme per raccontare cose che spesso stanno fuori dall'ordinario. Loach porta avanti una grande utopia e ha un rapporto molto forte con la politica e con le questioni civili, ma lo fa sempre da artista, non da politico. C'è quindi questa fusione tra l'interesse per le persone, l'idea di giustizia e di equità ne lo sguardo dell'artista, che sente i dolori e le gioie in maniera più personale e li ripropone attraverso la sua poetica.
A Venezia in questi giorni è centrale il dibattito sul rapporto tra cinema e politica. Lei come la vede?
Per me sono elementi imprescindibili. Ogni gesto artistico è comunque un gesto politico. Ultimamente, rivedendo le cose che faccio, mi sono accorto che cerco sempre di raccontare il mondo non soltanto per come è, ma anche per come dovrebbe essere. E quindi credo che queste due dimensioni siano inscindibili. Il direttore Barbera ha definito i film di quest'anno una sorta di “hashtag del presente”, perché molti toccano temi sensibili. Wim Wenders, presidente di Giuria alla Berlinale disse che i giurati avrebbero dovuto giudicare la qualità e non il messaggio. Non capisco perché ci sia questa ossessione di contrapporre le due cose. Se penso, per esempio, a un suo film come “Paris, Texas”, non è un film politico in senso stretto, ma sugli Stati Uniti ha detto forse molto più di quanto siano riusciti a dire gli americani stessi. Wenders ha guardato quella società con una sensibilità diversa e ne ha raccontato le ferite in maniera più profonda. A chi sa coglierlo, quel film ha detto qualcosa in più su quel Paese. Secondo me, il gesto di un artista è sempre politico. Il fatto di parlare esplicitamente di temi della politica, invece, credo che resti una scelta del singolo autore.
Veniamo ai veri protagonisti di questa storia: i ragazzi e le ragazze. Chi sono e di che cosa avrà bisogno il Piccolo Cinema per continuare a vivere nel tempo?
Intanto credo che tutta l'attenzione che si sta creando intorno al progetto possa aiutare la sua persistenza. Prima se ne è parlato come di una novità, adesso c'è il film. Credo che questo possa contribuire a far consolidare l’esperienza. Quello che trovo interessante è che in questi due anni il Piccolo Cinema sta diventando anche un luogo di transito. C'è una fascia di ragazzi, dagli 11-12 fino ai 17-18 anni, che magari segue il progetto per un paio d'anni e poi prende altre strade. Qualcuno torna, altri si avvicinano. Nel frattempo proseguono i laboratori nelle scuole e quindi il progetto continua ad alimentarsi di nuovi ragazzi e nuove ragazze. Poi ci sono quelli che rimangono. Alcuni partecipano fin dall'inizio e continuano a frequentare il cinema, acquisendo vere e proprie professionalità. Il direttore tecnico, per esempio, ha iniziato i laboratori a scuola quando aveva 12 anni. Adesso ne ha quasi 17 ed è davvero il direttore tecnico del cinema: sa tutto, cura tutto. Probabilmente, indipendentemente da quel luogo, si sta costruendo una professione. Resta la fondamentale la presenza di Floriana Pinto. Il fatto che lei continui a crederci e a tenere insieme questa realtà permette a chi si avvicina di farlo con grande libertà. E la libertà fa sì che le cose rimangano sempre una scelta.
























