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È partita la sperimentazione in alcune città sedi di grandi università, l’ambizione è quella di estendere l’iniziativa in tutto il Paese, ma chi ben comincia è a metà dell’opera.
Riusiamoli nasce da un duplice impegno della Cgil e dello Spi, dell’Udu e della Rete degli studenti medi: il dialogo tra le generazioni e la costruzione di legalità. In cosa consiste? Nel riutilizzare beni confiscati trasformandoli in studentati o in luoghi di aggregazione intergenerazionali.
Il solco nel quale le organizzazioni promotrici del progetto camminano, è quello tracciato da Pio La Torre, convinto della necessità di sottrarre risorse economiche e materiali alle organizzazioni criminali restituendole alla collettività, e da Libera che raccolse un milione di firme in calce alla proposta di legge di iniziativa popolare sul riuso dei beni confiscati.
Riusiamoli parte, dunque, in cinque città universitarie: Bologna, Firenze, Napoli, Milano, Roma e gli obiettivi sono chiari: innanzitutto tutelare la normativa sulla confisca e rafforzare le pratiche di riutilizzo pubblico e sociale dei beni confiscati alle mafie e ai corrotti. Tutelare vuol dire darle nuova vita sperimentando forme nuove di riutilizzo, sconfiggendo così i tentativi che ogni tanto si palesano di svuotare la legge.
Il secondo obiettivo, è appunto quello di tutelare il diritto allo studio e il diritto alla casa per i tanti studenti e studentesse fuori sede che si sobbarcano costi di affitto spesso davvero eccessivi. Anche perché degli oltre 60mila posti previsti da Pnrr si hanno poche notizie.
Infine, altrettanto importante è l’obiettivo di tutelare il diritto agli spazi pubblici gratuiti di aggregazione per i giovani che frequentano l’università o la scuola secondaria. Al momento siamo fermi al decreto contro i rave, all’impossibilità o quasi di esprimere dissenso, allo sgombero di luoghi, come i centri sociali, che però hanno costruito legami e cultura.
È evidente che per realizzare questo progetto occorre uno “strumento” fondamentale dell’azione sindacale, la contrattazione sociale. È indispensabile quindi la collaborazione tra le organizzatrici promotrici dell’iniziativa e istituzioni. È necessario “Accompagnare le istituzioni pubbliche territoriali verso la definizione di progetti di riuso pubblico degli spazi confiscati, attivando percorsi di responsabilizzazione pubblica”.
Come fare allora per trasformare un bene confiscato in un luogo di aggregazione sociale e in studentato? Il protocollo suggerisce alcune azioni possibili: “La costituzione di una Ats (associazione temporanea di scopo), che riunisce tutti i soggetti coinvolti; l’assegnazione del Comune a uno dei soggetti coinvolti perché già gestore di uno o più spazi sul territorio; patti di collaborazione tra i soggetti coinvolti e il Comune; protocolli con cui il Comune resta assegnatario del bene ma lo dà in gestione ai soggetti promotori”.
Le esperienze da cui attingere ce ne sono, dalle terre di don Diana in provincia di Caserta, alle aziende agricole nate sui patrimoni confiscati ai corleonesi, per arrivare alla Masseria Ferraioli. E se ci guardiamo attorno si scopre che la necessità di “una casa” è assai diffusa, così come nuclei di sperimentazioni di un nuovo modo di convivenza sociale ci sono a partire dall’esperienza dello Spin Time di Roma.
Cgil, Spi Cgil, Libera, Udu, Rete degli studenti medi scrivono a tal proposito: “Ovviamente siamo consapevoli di come l’emergenza abitativa riguardi non solo gli studenti fuorisede, ma ormai si è allargata colpendo non solo le persone fragili ma addirittura le fasce medie con reddito stabile”. E da questa consapevolezza nasce l’auspicio che questo progetto pilota possa servire da modello per essere allargato a molti altri soggetti, “anche nell’ottica della creazione di un equilibrato mix abitativo in appartamenti e quartieri”.
Le organizzazioni promotrici di Riusiamoli hanno incontrato sul proprio cammino altre organizzazioni che aderiscono all’iniziativa: Arci, Auser, Avviso pubblico e Sunia che diventano fondamentali nella realizzazione dell’iniziativa.
A che punto siamo? Il risultato rilevante è che in tutti i territori i soggetti promotori dell’iniziativa hanno costituito tavoli di confronto con le istituzioni interessate e approfondito il ragionamento sul riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati “allontanando” così le mire di privatizzazione che pure esistono.
A Roma c’è di più. A raccontarlo è Giovanni Gioia, responsabile Legalità della Cgil Roma e Lazio. Il bene da riusare è stato individuato, è un appartamento di circa 150 metri quadri confiscato ad una famiglia di ‘ndrangheta, in questi giorni sarà pubblicato il bando per l’assegnazione e la Rete della associazione del progetto Riusiamoli ha già presentato la propria manifestazione di interesse.
Non c’è che da augurarsi che tutto proceda speditamente così da aprire entro l’anno un centro polifunzionale di aggregazione intergenerazionale. Il secondo augurio è che questo progetto non sia che il primo di una lunga serie. Anche così si costruisce legalità.




























