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Ci sono voluti 18 miliardi di dollari per arginare, almeno temporaneamente, lo tsunami che ha travolto Meta, accusata di aver deliberatamente strutturato le proprie piattaforme, in particolare Instagram e Facebook, per alimentare forme di dipendenza digitale tra gli adolescenti. Un’accusa, questa, che anche alla luce di quest’accordo appare sempre più fondata.
Stati d’ansia, depressione, dismorfia corporea e disturbi del comportamento alimentare sono solo alcuni dei gravissimi problemi di salute mentale che le architetture su cui si basano le piattaforme della multinazionale guidata da Mark Zuckerberg avrebbero causato e, sebbene l’intesa firmata dalla Big Tech non contenga un’esplicita ammissione di colpa, le testimonianze raccolte e le migliaia di casi documentati difficilmente possono lasciare spazio all’idea che non ci sia un reale rapporto di causa ed effetto tra il modo in cui le piattaforme agiscono sui minori e gli effetti devastanti finora denunciati.
E allora ecco che la cifra pattuita tra la Big Tech e ben 52 procuratori generali degli Stati Uniti, per quanto sembri enorme (si colloca tra i più imponenti risarcimenti mai concordati da una singola impresa nell’esperienza giudiziaria americana, ed è la sanzione più alta mai registrata per il settore Big Tech), non appare neanche minimamente sufficiente a sanare una ferita tanto profonda come quella generata ai danni di un’intera generazione. Danni causati, secondo le accuse, con consapevolezza, anteponendo i guadagni al benessere dei giovani utenti.
Ma è veramente un risarcimento così enorme? Perché a guardare bene si potrebbe dire che “non è tutt’oro quello che luccica”. Soprattutto se analizziamo la modalità con cui verrà pagato e il contesto economico da cui proviene (solo nel 2025 Meta ha registrato ricavi superiori a 200 miliardi di dollari e un utile netto di circa 60 miliardi).
La prima cosa da evidenziare riguarda i tempi del pagamento: l’importo dovrà essere versato lungo un arco temporale di dieci anni. E, come numerosi analisti hanno evidenziato, ricevere 18 miliardi dilazionati in dieci anni non equivale a riceverli tutti oggi. Più il tasso di interesse (o l'inflazione attesa) è alto, meno valgono quei soldi.
Nel caso in questione, calcolando il tasso di attualizzazione finanziaria stimato, l’impatto economico effettivo per la multinazionale si ridurrebbe a circa otto/nove miliardi di dollari odierni, un importo pienamente assorbibile per un gruppo il cui valore di mercato sfiora i 1.500 miliardi e nettamente inferiore a quella che appariva come una cifra monstre.
Poter pagare una maxi-sanzione in modo dilazionato nel tempo permette infatti alla società di accantonare oggi una cifra molto più bassa e investire il resto per generare profitti nel frattempo. E proprio la certezza dei flussi in uscita (decisamente più che sostenibile) consente ora a Zuckerberg di focalizzare gli investimenti sui nuovi prodotti IA senza il rischio di sanzioni imprevedibili.
L’accordo ha infatti il vantaggio (sempre per Meta) di avere eliminato una pesante incertezza legale che bloccava il titolo (gli Stati originariamente chiedevano fino a 1.400 miliardi di dollari). L’intesa rappresenta inoltre una tappa quasi obbligata per Meta, perché stava diventando sempre più difficile trattare (e giustificare agli occhi degli azionisti) le continue e ingenti spese sostenute per oneri e accordi legali come eventi straordinari (circa 24 miliardi di dollari dal 2019 a oggi).
Ma c’è anche un altro aspetto che probabilmente ai più è sfuggito, ed è quello che prevede una clausola di co-partecipazione al 70 per cento: l'accordo stabilisce infatti che Meta paghi inizialmente solo 12 miliardi di dollari (o quel che effettivamente varranno per effetto della dilazione sopracitata). Mentre i restanti 5-6 miliardi verranno corrisposti solo se anche i concorrenti (TikTok e YouTube) firmeranno accordi analoghi, impegnandosi ad applicare gli stessi correttivi e pagando a propria volta sanzioni proporzionali.
È infatti con questo appello che il responsabile legale di Meta CJ Mahoney tira in ballo gli avversari: “Poiché gli adolescenti utilizzano con disinvoltura decine di app diverse, abbiamo bisogno di una soluzione a livello di settore. Pertanto, invitiamo i nostri concorrenti, TikTok e YouTube, a implementare immediatamente questo nuovo quadro normativo”.
Una sorta di mossa “reputazionale”, che se da un lato prova a scaricare anche sui rivali il peso della stretta prevista dall’accordo per proteggere i più giovani, dall’altro appare come una definitiva prova di “colpevolezza” riguardo ai danni che i social media (tutti) causano agli adolescenti (e non solo).
Ed è proprio per questo che salta all’occhio l’elemento di maggiore criticità dell’operazione: la volontà di affidare a una transazione negoziale, anziché a una norma di legge generale, la protezione dei minori. Una risposta a dir poco fragile e parziale a un problema grave e strutturale. Una scelta che reitera, nella soluzione proposta, quelle stesse storture che l’hanno determinata: anteporre logiche e interessi di mercato alla necessità di salvaguardare la salute e il benessere dei minori. Esattamente il contrario di ciò che andava fatto.
Quanto ai “correttivi” che Meta si è impegnata ad applicare, vanno segnalati i non pochi elementi di debolezza che rischiano di ridurre drasticamente l’efficacia attesa. In primo luogo perché per diverse tutele chiave non è previsto un automatismo inderogabile, ma sono necessarie attivazioni volontarie. Come nel caso della gestione dei feed, il cui flusso può essere sottratto alle logiche “personalizzate” dell’algoritmo solo su richiesta esplicita dell’utente o dei suoi genitori. E dato che è ampiamente dimostrato il condizionamento fortissimo che l’architettura di default agisce nei confronti della quasi totalità degli utenti, quella della “richiesta” si annuncia già come un’opzione che avrà riscontri marginali.
Se poi parliamo della soglia massima di utilizzo giornaliero, fissata in due ore, è bene sottolineare che questa può essere facilmente derogata con il consenso di un genitore. Il risultato? Si scarica sulle famiglie la responsabilità e l’onere di porre un argine quando a dovere essere messo in discussione dovrebbe essere invece il modello di ingaggio persuasivo progettato dalla piattaforma.
Fortunatamente l’Unione Europea sta affrontando questi temi in maniera diversa: il Digital services act e il Regolamento generale sulla protezione dei dati danno vita a un quadro normativo vincolante fondato sulla prevenzione e sul principio di responsabilità, il che non lascerebbe spazio alla possibilità di risarcimenti a posteriori o ad accordi transattivi con i colossi del web quando a essere messa in discussione è la sicurezza degli utenti. Vedremo dunque se quella che al momento sembra essere la cornice normativa meglio costruita riuscirà a determinare esiti coerenti e realmente tutelanti.
In Italia c’è un appuntamento importante fissato per il 19 novembre. In quella data si terrà a Milano l’udienza conclusiva della prima class action promossa da decine di famiglie che intendono dimostrare che “i social di Meta e TikTok generano e aggravano malattie della mente e di ordine comportamentale”, soprattutto sui minori, e che “non solo conoscono l'effetto della dipendenza patologica, ma lo ricercano e creano appositamente negli utenti” perché è il “centro del loro modello di business”.
Barbara Apuzzo, responsabile Politiche e sistemi integrati di telecomunicazioni Cgil nazionale


























