Lo Stato sociale tedesco è sotto attacco. Per difenderlo, il 26 settembre i sindacati hanno lanciato una giornata di mobilitazione nazionale coordinata dalla confederazione Dgb. L’esecutivo guidato da Friedrich Merz (in coabitazione con una Spd sempre più a disagio) ha annunciato misure sulla spesa sanitaria (costo dei farmaci, certificati di malattia) e sulle pensioni (abolizione della soglia di uscita anticipata a 63 anni). L’orario di lavoro è nel mirino da mesi, col disegno di allungarlo a discrezione delle aziende.

Yasmin Fahimi, presidente del Dgb, spiega così le ragioni della protesta: “Le prestazioni sociali sono benefici che ci si guadagna, non beneficenza. I lavoratori non sono responsabili delle cattive decisioni politiche ed economiche degli ultimi anni. È sbagliato presentare loro ora il conto, smantellando lo Stato sociale e i diritti dei lavoratori. Vogliamo riforme in meglio e un sistema di finanziamento basato sulle prestazioni”, scandisce la leader del sindacato tedesco.

Le politiche di Merz mettono in crisi l’identità della Repubblica federale

Il cancelliere Merz ha più volte descritto lo Stato sociale come un sistema che "il Paese non può più permettersi", riaprendo una discussione che riguarda la struttura e l’identità stessa della Repubblica federale. Quando in Germania si parla di Sozialstaat, infatti, si intende un principio sancito dalla Costituzione: l'articolo 20 della Legge fondamentale (Grundgesetz) definisce la Repubblica uno "Stato federale democratico e sociale". È dentro questa cornice che devono essere affrontate le riforme del welfare.

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Uno studio fa il punto della situazione

Tra spinte verso destra, imminenti elezioni con temibili exploit di Afd, e assilli da austerity, il modello tedesco del Sozialstaat è sottoposto a una pressione crescente. In un lungo e documentato approfondimento online, la Fondazione Hans Böckler (istituto di ricerca vicino al Dgb) contesta però l'idea che il welfare sia un costo per l'economia e sostiene che la sua funzione debba essere valutata anche per gli effetti sulla stabilità sociale ed economica.

Certo, il quadro politico non è roseo. Sull’orizzonte germanico non sorge esattamente il sole dell’avvenire: “Orari di lavoro deregolamentati - si legge nel dossier Böckler -, tagli alla previdenza sociale, alla pensione obbligatoria e all'assicurazione di malattia, minore tutela dal licenziamento, restrizioni per le persone malate” - sono tutte ipotesi di lavoro pienamente nell’agenda politica della Cdu. E il governo Merz ha da poco varato una severa “riforma” del Bürgergeld, il vecchio sussidio di disoccupazione che ora non esiste più, rimpiazzato da un nuovo strumento a maglie molto più strette.

Ma, si chiede la Fondazione Böckler, “cosa fa parte in generale dello Stato sociale?”. La risposta contiene un mondo: “Oltre all'assicurazione pensionistica, malattia, per la non autosufficienza e contro la disoccupazione, ne fanno parte anche l'assistenza sociale, il reddito minimo per i disoccupati e le prestazioni familiari come l'assegno per i figli e l'assistenza all'infanzia”.

Quanto pesa il welfare

La Fondazione Böckler contesta la rappresentazione dello Stato sociale come di un sistema fuori controllo, e denuncia che nel dibattito pubblico “la percezione del Sozialstaat è spesso distorta”. Dati alla mano, la spesa sociale tedesca si colloca intorno al 30% del Pil, una quota in linea con quella dell'Europa occidentale e rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi due decenni. Per gli analisti della Böckler non si è quindi verificata quella crescita "esplosiva" spesso evocata nel dibattito politico.

Anche il confronto internazionale è utile per ridimensionare l'idea di un welfare tedesco inutile e oneroso. Tutto il contrario. Nell'ultimo Human Development Index dell'Onu la Germania si colloca al quinto posto tra 193 Paesi. Senza la spina dorsale del suo welfare non sarebbe in quella posizione.

C'è poi un altro aspetto: il welfare può intervenire quando l'economia entra in difficoltà. È il caso della Kurzarbeit, la cassa integrazione made in Deutschland, un sistema che permette alle imprese di ridurre temporaneamente l'orario di lavoro mantenendo i dipendenti in organico. È stato utilizzato durante la crisi finanziaria del 2009 e durante la pandemia, e ha contribuito a limitare i licenziamenti e a sostenere il potere d'acquisto delle famiglie. Lo Stato sociale - osserva insomma lo studio della Fondazione Böckler - è parte degli strumenti con cui l'economia tedesca può assorbire gli shock e le crisi.

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Il problema demografico

Il grande nemico dello Stato sociale è l'invecchiamento della popolazione. Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati sta peggiorando e questo rende più difficile finanziare il sistema previdenziale. L'altro problema riguarda il mercato del lavoro. La diffusione dei mini-job, delle partite iva digitali e delle carriere discontinue può lasciare una parte dei lavoratori fuori dal sistema contributivo tradizionale o con una copertura più debole. Il rischio, se non la certezza, è che queste carriere si traducano in nuove forme di povertà durante la vecchiaia.

Resta inoltre aperta la questione del ruolo dello Stato nel finanziamento delle prestazioni che non derivano direttamente dai contributi versati. È il caso del riconoscimento previdenziale dei periodi dedicati alla cura dei figli: una parte della spesa viene coperta dalla fiscalità generale e non dai contributi degli assicurati.

I ricchi devono contribuire di più

La discussione tedesca sul welfare si trova davanti a un problema concreto: come finanziare un sistema costruito in un'epoca in cui la popolazione, il lavoro e la struttura dell'economia erano diversi da quelli di oggi. Per gli analisti della Böckler la risposta non passa dal semplice ridimensionamento dello Stato sociale, ma dalla sua capacità di adattarsi ai cambiamenti demografici e del mercato del lavoro.

La Fondazione raccomanda due interventi di politica fiscale. Allentare le regole costituzionali sul debito, scorporando le spese per investimenti nel welfare dal calcolo del deficit strutturale. E poi introdurre un'imposta sui grandi patrimoni personali e una riforma dell'imposta sulle successioni per i passaggi di grandi aziende. Due misure che “potrebbero generare entrate fiscali significative e contribuire alla redistribuzione della ricchezza”.

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Mai come gli Stati Uniti

“Uno Stato sociale ben funzionante - leggiamo nell’approfondimento - non offre solo sicurezza sociale, ma contribuisce anche alla stabilità economica e alla coesione sociale. Rispetto agli Stati Uniti, dove la rete di sicurezza sociale è spesso più debole e più frammentata, la Germania offre prestazioni più ampie come l'assicurazione malattia, le pensioni e l'indennità di disoccupazione. Questo porta a un tasso di povertà più basso e a condizioni sociali più stabili”.

“Lo Stato sociale - conclude il ragionamento - è decisivo per combattere le disuguaglianze sociali e aumentare la qualità della vita dei cittadini”. Sarà forse la fierezza nazionale teutonica a salvare il suo welfare?