La proposta di riforma di Frontex presentata dalla Commissione europea mira a trasformare l'agenzia nel principale braccio operativo della politica europea in materia di rimpatri e di controllo delle frontiere esterne dell'Unione. Il piano, in linea con le più recenti iniziative normative, prevede un significativo inasprimento delle politiche migratorie attraverso un massiccio incremento del personale, che passerà dagli attuali 7.000 a 30.000 agenti nei prossimi anni.

In linea con il regolamento entrato in vigore lo scorso 12 giugno, sarà istituita una “Riserva europea per le frontiere e i rimpatri”, composta da 17.000 unità, affiancata da una forza di reazione rapida (Quick Reaction Force), in grado di intervenire entro 24 ore in situazioni di crisi alle frontiere esterne. La riforma prevede, inoltre, l'istituzione a Varsavia di un Return Coordination Centre, incaricato di coordinare le operazioni di rimpatrio, a partire dall'identificazione delle persone fino al loro trasferimento nei Paesi di origine o di transito.

Il salto di “qualità”

Il principale salto di “qualità” consiste nell'attribuzione a Frontex di maggiori poteri operativi al di fuori del territorio dell'Unione europea, con la possibilità di intervenire nei Paesi terzi per effettuare trasferimenti e respingimenti di migranti. Si tratta di un ulteriore passo verso l'esternalizzazione delle politiche di controllo e di respingimento, accompagnato da un'espansione dei poteri e delle risorse finanziarie dell'agenzia, con uno stanziamento previsto fino a 12 miliardi di euro.

Tutto questo avverrebbe senza l'introduzione di adeguati meccanismi di vigilanza indipendente sulla condotta dell'agenzia, con il rischio di rafforzare ulteriormente Frontex senza predisporre sufficienti strumenti di controllo democratico e di bilanciamento istituzionale. La riforma interviene, dunque, su aspetti operativi destinati ad avere conseguenze dirette sul diritto d'asilo in Europa, già fortemente messo sotto pressione dalle precedenti iniziative normative.

Leggi anche

Nel 2026, rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, le domande di asilo risultano diminuite del 17%. Parallelamente, secondo i dati Eurostat, nel 2025 i respingimenti alle frontiere sono aumentati del 7,1%. Per comprendere meglio la portata del fenomeno, è utile considerare anche le nazionalità delle persone che raggiungono le frontiere europee.

Secondo i dati forniti da Frontex, nei primi nove mesi del 2026 le nazionalità più frequentemente registrate tra gli ingressi irregolari nell'Unione europea sono state quella sudanese, bengalese e afghana, seguite da quella siriana, tunisina e somala. Si tratta, in diversi casi, di Paesi colpiti da conflitti, instabilità politica o regimi responsabili di gravi violazioni dei diritti fondamentali.

A ciò si aggiungono i rischi legati al transito attraverso Paesi non sicuri e il ruolo delle organizzazioni criminali transnazionali che gestiscono le rotte migratorie nelle diverse regioni interessate. Un ulteriore elemento di grande rilevanza è rappresentato dalla tratta degli esseri umani, un fenomeno sempre più intrecciato alle dinamiche della mobilità forzata su scala globale.

Secondo l'Unhcr, alla fine del 2025 si contavano 117,8 milioni di persone costrette alla fuga nel mondo, tra rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni. La condizione di vulnerabilità e la mancanza di protezione effettiva che caratterizzano molte di queste persone possono esporle al reclutamento e allo sfruttamento da parte delle reti criminali coinvolte nella tratta e nel traffico di esseri umani.

Una scelta sbagliata

Nonostante gli allarmi lanciati dalle Nazioni Unite e da numerose organizzazioni non governative, l'attuale proposta della Commissione europea per il rafforzamento di Frontex non sembra affrontare in maniera adeguata il problema della tratta e del traffico di esseri umani. Le disposizioni operative, attuali e future, appaiono infatti prevalentemente orientate alla gestione, al controllo e alla repressione dei movimenti migratori nella fase di ingresso nell'Unione, senza un'attenzione proporzionata alla prevenzione dello sfruttamento, alla tutela delle vittime e alla protezione delle persone più vulnerabili in relazione al fenomeno della tratta.

Leggi anche

Questa impostazione segna un ulteriore allontanamento, da parte della Commissione europea e della maggioranza parlamentare che ne sostiene l'indirizzo politico, dai principi fondanti dell'Unione: il rispetto dei diritti umani, la solidarietà e l'accoglienza. Pratiche come i respingimenti collettivi alle frontiere (pushback), quando impediscono l'accesso alle procedure di asilo o espongono le persone al rischio di persecuzione, trattamenti inumani o degradanti, violano il diritto internazionale e il principio di non-respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra.

La centralità attribuita alla chiusura dei confini e alla detenzione amministrativa rischia inoltre di distogliere l'attenzione dalle politiche di accoglienza umanitaria e dalla necessità di creare canali di ingresso legali e sicuri. Una delle principali debolezze delle politiche migratorie degli ultimi anni riguarda proprio la quasi totale assenza di alternative concrete alle rotte irregolari verso l'Europa. I canali legali di ingresso, disciplinati prevalentemente a livello nazionale, presentano infatti gravi criticità e significative carenze, sia in termini quantitativi sia sotto il profilo delle garanzie riconosciute ai lavoratori migranti.

Tutti i limiti del modello

Il modello di riferimento adottato dall'Unione europea e dalla maggior parte degli Stati membri continua, in larga misura, a concepire l'immigrazione come uno strumento di mobilità della forza lavoro, funzionale alle esigenze dei sistemi produttivi. Nel corso degli anni, tuttavia, questo approccio ha mostrato tutti i suoi limiti sul piano della tutela dei diritti dei lavoratori migranti.

I sistemi normativi risultano spesso sbilanciati a favore dei datori di lavoro e delle agenzie di somministrazione, determinando una forte asimmetria nei rapporti di potere tra le parti. Tale squilibrio è ulteriormente aggravato dalla precarietà dello status giuridico dei lavoratori migranti, che può renderli maggiormente esposti a ricatti, abusi e sfruttamento. A queste criticità si aggiungono il reclutamento irregolare e le interferenze di soggetti intermediari, talvolta informali, che operano a scopo di lucro a danno dei lavoratori.

Leggi anche

Le vie legali di ingresso, oltre a essere limitate nella loro dimensione complessiva, presentano spesso problemi anche sotto il profilo della qualità dei percorsi offerti e dei risultati prodotti. In molti casi, infatti, non riescono a garantire condizioni di lavoro dignitose e adeguate tutele, finendo per alimentare forme di sfruttamento che fanno leva sulla ricattabilità dei lavoratori migranti e sul rischio concreto di scivolamento nell'irregolarità. È dunque necessario ripensare complessivamente l'approccio europeo alle politiche migratorie, superando una visione prevalentemente securitaria e repressiva.

Un fenomeno strutturale

Il rafforzamento delle capacità operative di Frontex non può sostituire politiche strutturali fondate sulla tutela dei diritti fondamentali, sulla prevenzione della tratta e dello sfruttamento, sull'ampliamento dei canali legali e sicuri di ingresso e sulla costruzione di sistemi di accoglienza realmente rispettosi della dignità delle persone.

Il movimento sindacale internazionale, in forte alleanza con le reti della società civile e le Ong, pone oggi al centro delle politiche della gestione dei flussi migratori innanzitutto l'aspetto strutturale del fenomeno. Per cui, come dimostra la storia degli ultimi dieci anni, qualsiasi approccio di tipo emergenziale risulta fallimentare e del tutto inadeguato a garantire il rispetto dei diritti fondamentali delle persone.

È necessario agire attraverso il ripristino del diritto e dei trattati internazionali, a partire dal corretto riconoscimento del diritto d'asilo. Al contempo, occorre lavorare a norme che prevedano la regolarizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici senza documenti già presenti sul territorio europeo. Solo in questo modo si possono mettere in pratiche adeguate politiche che mirano alla sicurezza di tutti i cittadini e le cittadine.

Leggi anche

La Cgil sostiene l'esigenza di un cambiamento radicale delle politiche migratorie su scala nazionale ed europea. Questa azione viene portata avanti in forte sinergia con i sindacati europei, a partire dalla Ces, e con le organizzazioni sindacali dell'area del Sud del Mediterraneo e di tutti i Paesi che si trovano oggi al centro dei flussi migratori in uscita, in ingresso e in transito. Lavoriamo con tutte le energie e le alleanze possibili affinché questo progetto di rafforzamento di Frontex, come ulteriore passo in avanti verso un Europa sempre più fortezza, possa essere respinto nelle sedi istituzionali e attraverso le mobilitazioni democratiche.

Occorre ribaltare la narrazione degli ultimi anni, artatamente messa in campo dalle destre radicali su scala internazionale, secondo cui l'immigrazione è il principale elemento di minaccia alla sicurezza delle cittadine e dei cittadini, agendo sul malessere sociale ed economico diffuso delle persone costrette a fare i conti con la perdita del potere d'acquisto di salari e pensioni, il lavoro precario e la messa in discussione dei diritti fondamentali come la salute e l'istruzione.

Giuseppe Scifo fa parte del Dipartimento politiche dell'immigrazione, europee e internazionali Cgil