Teodoro ha 49 anni, lavora per Konecta a Palermo e da oltre dieci anni vive sulla sua pelle una crisi che minaccia il futuro di migliaia di lavoratori. La sua testimonianza racconta le difficoltà di un settore stretto tra ammortizzatori sociali, delocalizzazioni e intelligenza artificiale. Konecta aveva annunciato esuberi a livello nazionale che, secondo le stime riferite dal lavoratore, coinvolgerebbero tra le 1.200 e le 1.400 persone. Dopo diversi incontri, l’azienda ha recentemente annunciato la firma di un accordo in sede ministeriale con le organizzazioni sindacali, che prevede la definizione di un contratto di solidarietà.

"Una crisi che viene da lontano”

“Ormai siamo talmente abituati a questa situazione che quasi non ci facciamo più caso. È questo il paradosso. Ma la crisi non è cominciata oggi”. Teodoro, infatti, è tra coloro che hanno vissuto il dramma di Almaviva, call center molto radicato sul territorio siciliano. Alla sua chiusura, molti lavoratori sono stati assorbiti da altre aziende, tra cui Konecta. Il passaggio non ha però risolto i problemi strutturali: da anni gli operatori convivono con ammortizzatori sociali e riduzioni dell'orario. Teodoro, impiegato nell'assistenza tecnica Fibercop per Tim, racconta: “Può capitare di restare a casa anche sei, sette o dieci giorni al mese”.

Un lavoro sottovalutato, diventato una scelta di vita

Il mondo dei call center viene spesso associato al telemarketing, ma dietro ogni risposta telefonica ci sono formazione, competenze informatiche e capacità di gestire problemi complessi. “Quando le condizioni sono stabili – dice Teodoro - questo lavoro può garantire uno stipendio dignitoso: un part-time di sei ore può arrivare a circa 1.300 euro mensili, una retribuzione non facile da trovare in Sicilia per orari analoghi”. Molti avevano iniziato per mantenersi agli studi, pensando a un impiego temporaneo. Poi sono arrivati una famiglia, un mutuo e le responsabilità quotidiane. “Nessuno ha cominciato pensando di fare questo lavoro per tutta la vita. Eravamo ragazzi di vent'anni, ventidue anni. Io adesso ne ho 49 e mi sono ritrovato a costruire qui la mia vita”. Oggi, però, quell'occupazione è diventata fonte di incertezza, tra i prezzi sempre più bassi imposti dai committenti, la delocalizzazione all'estero e l'avanzata dell'intelligenza artificiale.

"Abbiamo formato chi ci avrebbe sostituito con la delocalizzazione”

“C'erano colleghi che partivano per la Romania per formare i lavoratori che avrebbero svolto quelle attività. In pratica, abbiamo formato persone che poi avrebbero preso il nostro posto”. Ora la preoccupazione riguarda l'intelligenza artificiale. Alcuni committenti, tra cui Tim, avrebbero già sperimentato sistemi capaci di rispondere direttamente alle chiamate. “L'intelligenza artificiale rischia di darci il colpo di grazia. Ma il problema non nasce soltanto dalla tecnologia: sono i committenti che, cercando continuamente di abbassare i costi, hanno contribuito a creare questa situazione”.

Settemila posti a rischio in Sicilia: una bomba sociale

Negli ultimi dieci anni gli addetti ai call center in Italia sono scesi da circa 85 mila a circa 35 mila. In Sicilia si stimano intorno ai 7 mila posti di lavoro a rischio. Molti lavoratori hanno tra i quaranta e i cinquant'anni, famiglie da mantenere e mutui da pagare. Ricollocarli in un mercato del lavoro già fragile sarebbe estremamente difficile. “Non puoi pensare che, da un giorno all'altro, troviamo un altro lavoro. È una bomba sociale”.

“Abbiamo bisogno di investimenti veri”

Da anni i sindacati chiedono di diversificare le attività e riqualificare il personale. Ma nonostante le risorse europee e i fondi del Pnrr destinati alla formazione, è mancato un investimento concreto per preparare i lavoratori alla trasformazione del settore. Il rischio è continuare a prorogare gli ammortizzatori sociali senza affrontare il problema alla radice. “Abbiamo bisogno di una risposta definitiva. Abbiamo bisogno di toglierci la cuffia - perché prima o poi questo lavoro sarà destinato a scomparire - e saperci occupare di altro. La possibilità di farlo c'è, ma servono formazione e investimenti veri”.