PHOTO
Calano gli ingressi irregolari in Europa, gli sbarchi e le richieste di asilo, ma aumentano i morti, le privazioni dei diritti umani, le domande di protezione pendenti, l'ostilità verso chi salva i migranti in mare. La contraddizione emerge dal Dossier statistico immigrazione 2026 realizzato dal Centro studi e ricerche Idos, in collaborazione con il centro studi Confronti e l'istituto di studi politici S. Pio V, un volume di 512 pagine, quasi 140 tabelle e infografiche, 98 capitoli, 148 autori.
Meno arrivi ma più morti
E trova conferma nei numeri: nei primi otto mesi del 2026 gli arrivi via mare sono passati da 86 mila a poco più di 51 mila nello stesso periodo del 2025. Mentre le morti accertate durante la traversata sono aumentate da 1.248 a 1.733, nel Mediterraneo centrale hanno perso la vita 914 persone, contro le 827 del 2025. La contraddizione è frutto di un decennio di ostilità e compressione del soccorso civile, per cui la perdita di vite non è una fatalità, ma il risultato di precise scelte politiche.
L’arte dell’inganno
“È l’arte dell’inganno esercitata verso i migranti – afferma Luca Di Sciullo, presidente di Idos -. L’ultimo, unito a una tattica astuta, è quello che ci ha portato al Patto europeo su migrazione e asilo, divenuto applicabile il 12 giugno scorso dopo ben dieci anni passati a studiare come disinnescare, aggirandolo, il principio di non respingimento. E dopo aver sperimentato le misure escogitate in alcuni Stati membri di frontiera nei quali il livello di vigilanza democratica e di applicazione dei diritti umani ai migranti era già al minimo, così da assicurarsi il più alto grado possibile di non rigetto. E quindi, in maniera privilegiata in Italia, un Paese in cui 30 anni di ininterrotta propaganda di odio xenofobo aveva perfettamente preparato il terreno”.
Gli stranieri sono più poveri
L’atteggiamento dell’Italia nei confronti dei migranti trova conferma nelle dure condizioni in cui vivono gli stranieri. A fine 2025 tra i 2,7 milioni di famiglie con almeno un componente straniero (il 10,3 per cento del totale), il rischio di povertà incide per più del doppio rispetto a quelle di soli italiani: 33,7 per cento contro 16,6. Come pure il protrarsi dello stato di indigenza nel tempo, il 35,6 rispetto a una media complessiva di quasi il 15 per cento.
“Rispetto al 2024 per le famiglie di soli italiani gli indicatori di povertà sono rimasti sostanzialmente stabili o al massimo sono lievemente scesi – scrivono i ricercatori nel report -. Al contrario, nei nuclei con almeno un componente straniero le incidenze, già molto superiori, risultano tutte in consistente crescita, con la sola eccezione della bassa intensità lavorativa: pur lavorando di più, gli stranieri si impoveriscono perché più esposti al lavoro povero e sottopagato”.
Il rischio povertà è passato dal 31,3 al 33,7 per cento; il rischio povertà ed esclusione sociale dal 37,5 al 41,5; la grave deprivazione materiale e sociale dal 10,4 al 14,3 per cento; la bassa intensità lavorativa dal 6,8 al 7,5 per cento.
Poveri pur lavorando
Lo stesso vale per l’incidenza del lavoro povero che interessa l’8,3 per cento dei nuclei italiani e il 25,9 di quelli con almeno un componente straniero, un’incidenza più che tripla. Tra questi ultimi, 1 su 5 non può permettersi un pasto proteico ogni due giorni (il 19,1 per cento) e quasi 1 su 4 non riesce a sostenere le spese per l’energia elettrica necessaria ai servizi domestici essenziali (22,3 per cento, dato che sale al 23,7 in presenza di minori).
Tra le famiglie di soli italiani, le stesse incidenze si fermano rispettivamente all’8,5 e all’8 per cento, 9,5 in presenza di minori.
Retribuzioni più basse
E ancora: secondo un’indagine Istat-Fio.Psd del 2026 gli stranieri costituiscono in media il 70 per cento delle persone senza dimora censite nelle città metropolitane d’Italia. A queste condizioni contribuiscono le retribuzioni più basse degli stranieri: secondo i dati Inps la media tra i lavoratori dipendenti stranieri è di 15.891 euro annui, contro i 23.876 euro della totalità dei dipendenti, quindi il 33,4 per cento in meno.
Non sorprende che in Italia i lavoratori stranieri siano stabilmente concentrati in pochi settori e in professioni a bassa qualifica: il 42,3 per cento degli uomini è occupato nell’industria e nelle costruzioni (35,3 per gli italiani) e il 9,9 in agricoltura (3,9 per gli italiani); tra le donne il 28 per cento lavora nei servizi alle famiglie (1,8 le italiane) che, nonostante un calo di circa 10 punti negli ultimi 5 anni (era il 38,2 nel 2021), resta un settore a prevalenza femminile e straniera.
Esclusi dal welfare
Nonostante le condizioni di difficoltà e di privazione in cui versano, i migranti non comunitari restano esclusi per legge da numerose forme di assistenza, a causa di requisiti che fanno da sbarramento, introdotti apposta per impedirne un accesso paritario. Vale per l’assegno di inclusione, per l’accesso agli alloggi di edilizia pubblica, per l’iscrizione gratuita al servizio sanitario nazionale, il diritto all’assegno sociale.
Alto contributo all’economia
Eppure, il contributo che gli stranieri danno al fisco e all’economia italiana è elevato. “Si stima che nel 2024 il gettito medio nelle casse pubbliche sia stato di 10.300 euro per ogni italiano e di 7.700 per ogni straniero – si legge nel report - e che, viceversa, lo Stato abbia speso in media 11.700 euro per ogni italiano e 6.800 per ogni straniero. Il bilancio fiscale medio di un italiano è stato negativo (-1.400 euro), quello di uno straniero positivo per 900 euro”.
Quindi grazie a una spesa pubblica per l’immigrazione di 35,9 miliardi di euro e a entrate versate da cittadini non italiani pari a 40,7 miliardi, l’Italia ha beneficiato di un contributo finanziario netto di 4,8 miliardi di euro.
Prospettiva demografica
La questione economica si lega strettamente alla prospettiva demografica: secondo l’Istat nel 2080 l’Italia avrà 13 milioni di abitanti in meno e nel 2050 quasi il 35 per cento dei residenti avrà più di 65 anni. Già oggi ci sono appena 1,5 persone al lavoro per ogni pensionato. E l’immigrazione, affermano gli studiosi nel rapporto, può contribuire alla risposta, insieme a una maggiore partecipazione al lavoro di giovani e donne e al reinserimento dei disoccupati.






















