L’Italia continua a invecchiare e fatica sempre più a sostenere la propria economia, ma continua a guardare all’immigrazione con molti pregiudizi. È quanto emerge dalla 35esima edizione del Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, dal titolo “Meno confini e più partecipazione”. Oltre ai dati sugli stranieri nel nostro Paese, si afferma un concetto chiaro: i migranti danni molto e ricevono poco dall’Italia.

Quasi 5,6 milioni di stranieri in Italia

I dati al primo gennaio 2026 parlano chiaro: gli stranieri residenti in Italia sono quasi 5,6 milioni, pari al 9,4% della popolazione totale. In un solo anno sono aumentati di 188.000 unità (+3,5%), offrendo un contributo fondamentale nel contrastare il calo demografico in atto nel nostro Paese. Il quadro delle provenienze diventa sempre più vario: da una parte alcune comunità storiche come quella rumena, albanese e marocchina mantengono un ruolo centrale, dall’altra cresce in modo significativo la presenza di cittadini dai Paesi asiatici.

Confrontata con gli altri Stati, la crescita dell'immigrazione in Italia negli ultimi dieci anni è stata decisamente più lenta rispetto al resto d’Europa: un +13% tra il 2013 e il 2023, a fronte del +51% della Germania, del +33% della Spagna e del +18% della Francia.

Salari da fame, tutele deboli, nessun riconoscimento

Il Report Caritas-Migrantes mostra una tendenza evidente: gli stranieri in Italia producono ricchezza e sostengono lo Stato sociale, ma ricevono in cambio tutele deboli, salari da fame e scarso riconoscimento. Nel 2025, i 2,6 milioni di lavoratori stranieri, che rappresentano il 10,7% degli occupati totali, hanno generato ben 196 miliardi di euro di valore aggiunto. Si tratta del 9,7% del Pil italiano, un’incidenza persino superiore al loro peso demografico. A questo si aggiungono 12,6 miliardi di euro versati nelle casse dello Stato come pagamento Irpef.

Reddito medio inferiore agli italiani di 10.000 euro

A fronte di un apporto economico imponente, spiega la ricerca, le condizioni di vita dei lavoratori immigrati restano segnate da una profonda disparità. Il reddito medio annuo di un contribuente straniero si attesta intorno ai 17.000 euro, contro i quasi 27.000 euro dei nati in Italia. La stragrande maggioranza è confinata in professioni non qualificate e a basso salario (il 29% degli stranieri contro appena l'8% degli italiani), spesso finendo sottovalutati rispetto ai titoli di studio posseduti.

Uno scenario del genere, dunque, costringe le famiglie straniere a destinare il 60% del proprio bilancio unicamente ai bisogni essenziali di sopravvivenza, con appena il 13% riservato al risparmio e il 17% inviato nei Paesi d’origine sotto forma di rimesse.

Lavoro nero, contratti irregolari e caporalato

Il dossier denuncia poi come il sistema attuale situazioni di precarietà e marginalità. Invece di valorizzare i percorsi di integrazione, la burocrazia e l’opacità dei canali d’ingresso regolari creano ostacoli rilevanti nel rilascio e nel rinnovo dei permessi di soggiorno. Il risultato? Persistono ampie sacche di lavoro nero, irregolarità contrattuale e caporalato, a cui si aggiunge il lavoro su piattaforma, ovvero i rider, ormai diventato la nuova frontiera dello sfruttamento.

Un capitolo viene dedicato alle scuole. Qui si registrano forti ritardi negli apprendimenti e un elevato rischio di abbandono scolastico per gli studenti con background migratorio. L'effetto si ripercuote sul futuro: la percentuale di giovani Neet, coloro che non studiano e non lavorano, tra gli stranieri sale al 30%, quasi il doppio rispetto al 17% rilevato tra i giovani italiani.

Caritas-Migrantes: serve permesso di soggiorno per radicamento sociale

Da parte loro, Caritas e Migrantes lanciano una proposta chiara e urgente: l'istituzione di un permesso di soggiorno per “radicamento sociale” e un adeguato rifinanziamento del Fondo nazionale per le politiche migratorie. A sottolinearlo sono nella prefazione del testo monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore di Migrantes e don Marco Pagniello, direttore di Caritas.

“Il confine – scrivono – non è soltanto uno spazio di divisione fisica e valoriale, ma anche di opportunità di vita. È tempo ormai di affrontarne i limiti con decisione e volontà risolutiva: troppe sono ancora le barriere nell'accesso alla scuola e agli alloggi, nelle possibilità occupazionali e di mantenere la regolarità del soggiorno, fino a quelle della segregazione più esplicita”. Il rapporto, quindi, “vuole essere un invito anche ai decisori politici perché assumano queste evidenze e agiscano”.