C'è un numero che più di altri racconta la distanza tra le politiche sull'immigrazione e la realtà amministrativa italiana: 131.764. Sono le persone che, al 31 dicembre 2025, hanno ottenuto un permesso di soggiorno attraverso la regolarizzazione straordinaria varata nel 2020. Una misura nata durante la pandemia, con l'obiettivo dichiarato di far emergere lavoro nero e persone prive di documenti, e che ha prodotto un risultato rilevante ma con un connotato decisivo: per arrivarci sono serviti più di cinque anni.

Il nuovo dossier della campagna Ero Straniero, "Ir(regolarità). Perché un nuovo paradigma è necessario" (scarica il dossier completo), chiude il monitoraggio della sanatoria prevista dall'articolo 103 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, e prova a ricostruire attraverso i dati che cosa sia successo alle oltre 220 mila domande presentate. I dati, ottenuti attraverso richieste di accesso civico generalizzato ai ministeri e all'Agenzia delle entrate, sono aggiornati al 31 dicembre 2025.

Il quadro che emerge è quello di una misura capace di produrre emersione, lavoro regolare e gettito, ma frenata da procedure lunghissime, carenza di personale, rigidità normative e da un sistema che, secondo la campagna, continua a produrre nuova irregolarità mentre tenta di smaltire quella precedente.

339 mila persone senza documenti

Il punto di partenza è la dimensione del fenomeno. Secondo la stima della Fondazione Ismu riportata nel dossier, al 1° gennaio 2025 erano 339 mila le persone straniere in condizione di soggiorno irregolare in Italia.

Il dato è inferiore ai livelli registrati negli anni immediatamente precedenti, ma torna a crescere dopo la forte riduzione prodotta dall'effetto della sanatoria del 2020. La serie Ismu riportata nel dossier permette di leggere l'effetto della regolarizzazione. La contrazione più significativa arriva negli anni successivi all'avvio delle procedure e alla progressiva definizione delle domande. Tra il 2023 e il 2024 la stima scende di 137 mila unità. Ma nel 2025 torna a crescere di 18 mila.

Il dossier mette in guardia, però, da una lettura semplicistica del fenomeno. Non esiste un indicatore unico capace di fotografare le presenze irregolari. Eurostat registra le persone rintracciate dalle autorità durante l'anno, mentre la stima Ismu cerca di ricostruire lo stock complessivo attraverso fonti demografiche e amministrative.

La differenza è evidente: nel 2025 Eurostat ha registrato 82.505 persone rintracciate in condizione di soggiorno irregolare, a fronte delle 339 mila presenze stimate da Ismu. Grandezze diverse, che non possono essere sovrapposte. Ma proprio questo confronto consente di comprendere quanto sia limitata la fotografia restituita dai soli controlli.

I rimpatri non servono

È uno dei dati più significativi del dossier. Nel 2025 sono stati effettuati 6.772 rimpatri, il numero più alto della serie considerata, ma comunque largamente inferiore alla dimensione del bacino stimato. Nel 2020 i rimpatri erano stati 3.875, nel 2021 4.184, nel 2022 4.450, nel 2023 4.796 e nel 2024 5.704.

La crescita è quindi costante, ma rimane nell'ordine di poche migliaia di persone l'anno. Se si prendesse come riferimento il ritmo dei rimpatri 2025, servirebbero oltre 50 anni per rimpatriare tutti. Per Ero Straniero, è evidente che il rimpatrio, considerato da destra come strumento principale di contrasto all'irregolarità, non è in grado da solo di incidere su un fenomeno di queste dimensioni.

La sanatoria del 2020: 220 mila domande

È qui che entra in gioco la regolarizzazione del 2020. Le domande complessivamente presentate furono 220.528. Il primo canale, quello previsto dal comma 1, raccolse 207.542 domande. Il secondo canale, previsto dal comma 2, ne raccolse 12.986.

Al 31 dicembre 2025 risultano complessivamente 131.764 permessi di soggiorno rilasciati, pari al 59,75% delle domande. Ma il dato complessivo rischia di nascondere un elemento ancora più importante: la lentezza con cui la macchina amministrativa ha trasformato le domande in permessi.

La lunga coda delle pratiche

È uno degli aspetti centrali del monitoraggio. La sanatoria non ha avuto un effetto immediato sulla platea delle persone prive di titolo di soggiorno. La progressiva riduzione delle presenze irregolari si è manifestata soprattutto quando le amministrazioni hanno iniziato a smaltire sistematicamente le domande e a rilasciare i permessi. Questo significa che tra l'approvazione di una misura di emersione e il suo effetto concreto sul territorio può esserci un intervallo temporale molto lungo.

E il tempo, nel frattempo, cambia le condizioni delle persone e dei rapporti di lavoro.Una domanda presentata nel 2020 poteva infatti arrivare alla definizione anni dopo, quando il datore di lavoro non era più disponibile, il rapporto di lavoro era cessato, l'impresa aveva chiuso o, nel caso del lavoro domestico e di cura, la persona assistita era deceduta o aveva cambiato condizioni.

Il dossier segnala proprio questo effetto: la durata della procedura può diventare un fattore che rende più difficile mantenere nel tempo i requisiti necessari alla regolarizzazione, anche se non può essere automaticamente considerata la causa dell'esito negativo. Nella fase finale della procedura, infatti, la percentuale dei rigetti cresce in modo molto marcato.

La sanatoria è stata soprattutto lavoro domestico

C'è poi un'altra sorpresa nei dati del 2020. La regolarizzazione era stata presentata anche come strumento per contrastare il lavoro nero e il caporalato, con particolare attenzione ai settori agricoli. Ma la grande maggioranza delle domande del primo canale riguardava lavoro domestico e assistenza alla persona.

Su 207.542 domande del comma 1, 176.848, pari all'85,21%, riguardavano questi due comparti. Le domande per lavoro subordinato negli altri settori ammessi erano invece 30.694, il 14,79%.

Il costo della burocrazia

La lentezza non è soltanto un problema amministrativo. Ha anche un costo economico. La procedura ha generato 140,85 milioni di euro di versamenti lordi attraverso i cinque codici tributo considerati dal dossier. Di questi, almeno 116,76 milioni sono confluiti nel bilancio dello Stato. A queste somme si aggiungono i costi collegati al rilascio dei titoli di soggiorno. La stima elaborata dalla campagna arriva a 15,48 milioni di euro.

Il dossier propone poi una proiezione del gettito fiscale e contributivo prodotto dai rapporti di lavoro emersi con la regolarizzazione. Nello scenario considerato, con tutti i 130.349 titoli indicati come ancora attivi, la stima arriva a 228,30 milioni di euro l'anno tra tasse e contributi. Su cinque anni, la proiezione raggiungerebbe 1,141 miliardi di euro. L'emersione, insomma, non produce soltanto effetti amministrativi e sociali, ma può trasformare rapporti di lavoro informali in lavoro dichiarato, con conseguenze sul piano fiscale e contributivo.

Il problema, però, non riguarda soltanto ciò che succede dopo l'ingresso in Italia. Secondo il dossier, una parte dell'irregolarità viene prodotta anche dal principale canale ordinario previsto per l'ingresso per lavoro: il decreto flussi. I numeri sono particolarmente netti. Per il 2024 sono state fissate 146.850 quote, ma al 31 dicembre 2025 risultavano 24.858 permessi di soggiorno in via di rilascio dalle prefetture. Il rapporto tra quote e permessi è quindi del 16,9%.

Per il 2025 le quote stabilite dal governo sono state 181.450. Alla data di rilevazione utilizzata dal dossier, i permessi risultavano 14.349, pari al 7,9%. Il dato viene definito provvisorio e riferito a dicembre 2025. Ancora più significativo è ciò che accade alle persone che riescono a entrare regolarmente. Per la programmazione 2024, Ero Straniero stima 1.836 persone che, pur essendo entrate in Italia attraverso la procedura prevista, non avrebbero poi avuto accesso a un permesso di soggiorno, scivolando così nella condizione di irregolarità.

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Il tempo che produce irregolarità

È questo, in definitiva, il filo che unisce i diversi capitoli del dossier. L'irregolarità non viene descritta dalla campagna soltanto come conseguenza dell'ingresso clandestino. Può derivare dalla perdita del lavoro, dalla scadenza o dal mancato rinnovo del permesso, dalle procedure amministrative troppo lunghe, dalla difficoltà di completare un iter iniziato regolarmente e dalle rigidità del sistema.

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Il caso del decreto flussi è particolarmente emblematico: una persona può entrare in Italia attraverso un canale previsto dalla legge e, successivamente, non riuscire a completare il percorso amministrativo necessario per mantenere una posizione regolare.

Lo stesso può accadere a chi presenta una domanda di emersione. Se la procedura dura anni, nel frattempo possono cambiare il lavoro, il datore, la situazione familiare o le condizioni che avevano consentito di presentare la richiesta.

È il paradosso di un sistema nel quale la condizione di irregolarità può essere prodotta anche dal modo in cui vengono amministrati i percorsi della regolarità.