Viaggi drammatici, naufragi, morti, sfruttamento e violenza. Soprattutto in Libia. È questo lo scenario che emerge dai dati raccolti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni attraverso i sistemi Fms (Flow monitoring surveys, indagini individuali per tracciare i flussi migratorie) e Medea (servizi di mediazione culturale a supporto delle forze dell’ordine italiane).

I due progetti dell'Oim si basano su oltre 3.300 interviste nel solo 2025 e restituiscono un quadro preciso delle traiettorie, delle motivazioni e soprattutto delle vulnerabilità che segnano i percorsi migratori verso l’Italia. Il quadro complessivo è quello di un sistema che produce e accumula fragilità lungo tutto il percorso. Le violenze, lo sfruttamento e le privazioni non rappresentano episodi isolati, ma elementi strutturali del viaggio.

Leggi anche

Leggendo il rapporto si comprende quanto nel 2025 i flussi migratori verso l’Italia si siano concentrati ancora una volta lungo la rotta del Mediterraneo centrale che, nonostante il calo degli arrivi degli ultimi anni, continua a rappresentare la principale via d’accesso all'Europa. A fronte di circa 66 mila persone sbarcate, resta però immutato il dato più drammatico: si tratta della rotta più letale al mondo, con oltre 26.500 morti o dispersi dal 2014.

Chi arriva e perché parte

Il profilo prevalente di chi si affida al Mediterraneo per sbarcare in Italia è quello di uomini giovani, spesso soli, provenienti principalmente da Bangladesh, Egitto, Pakistan, Afghanistan e Paesi dell’Africa subsahariana. Il Bangladesh si conferma infatti anche nel 2025 la nazionalità più rappresentata.

Le motivazioni alla partenza intrecciano invece fattori economici e di sicurezza. Se le difficoltà economiche restano la spinta iniziale più frequente, violenze, conflitti e instabilità nei Paesi di transito diventano determinanti nel proseguimento del viaggio. Circa un quarto degli intervistati segnala anche fattori ambientali tra le cause della migrazione, mentre le donne riferiscono più spesso di essere fuggite da violenze personali o familiari.

Viaggi frammentati, indebitamento, difficoltà

Secondo i dati raccolti, però, il viaggio verso l’Italia si fa sempre più lungo, frammentato e individuale. I migranti attraversano più Paesi e affrontano costi spesso superiori ai 10 mila dollari. L’indebitamento è quasi universale e rappresenta una delle condizioni strutturali del fenomeno. I pagamenti avvengono in più fasi, prevalentemente in contanti, e contribuiscono a costruire una dipendenza economica che continua anche dopo l’arrivo.

Le testimonianze raccolte mostrano con chiarezza la durezza del percorso: il 76% degli intervistati ha dichiarato di aver vissuto almeno un problema grave durante il viaggio. Le difficoltà economiche riguardano il 55% dei migranti e arrivano all’86% lungo le rotte terrestri. La mancanza di alloggio colpisce il 44% degli intervistati, ma raggiunge l’87% tra chi viaggia via terra. La fame interessa il 35% delle persone, con un picco del 59% sulle rotte terrestri. Le rapine colpiscono il 39% dei migranti, mentre il 19% ha perso o subìto il furto dei documenti. I problemi di salute riguardano il 10% degli intervistati e il 6% ha subìto aggressioni o minacce.

Violenza e sfruttamento sistemici

Oltre alle difficoltà materiali, emerge un livello estremamente elevato di violenza e sfruttamento. Il 51% dei migranti ha dichiarato di aver subito violenza fisica durante il viaggio, con una quota che sale al 58% lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

Il 36% ha lavorato senza essere pagato, mentre il 16% ha subìto lavoro forzato. Il 26% è stato trattenuto contro la propria volontà. Il 9% ha riferito di essere stato ingannato o manipolato per intraprendere il viaggio, mentre il 4% ha dichiarato di essere stato costretto a partire. Quasi un migrante su cinque (il 19%) ha dichiarato di non avere accesso ai propri documenti durante il percorso.

Libia, l'epicentro delle violazioni

È su questo punto che i dati raccolti dall'Oim convergono con maggiore nettezza. La Libia emerge come il principale snodo di violenze sistemiche lungo la rotta del Mediterraneo centrale, un vero e proprio punto di addensamento delle vulnerabilità.

La maggior parte degli episodi più gravi si concentra qui: l’80% dei casi di lavoro non retribuito, il 97% del lavoro forzato e il 96% delle detenzioni arbitrarie vengono segnalati in territorio libico. Anche l’81% delle violenze fisiche si verifica in questo contesto. La Libia non appare soltanto come un Paese di transito, ma come un luogo in cui il viaggio si trasforma in una condizione di intrappolamento. I migranti riferiscono di detenzioni prolungate, sfruttamento lavorativo, violenze sistematiche e perdita di controllo sui propri documenti. A questo si aggiunge il ruolo centrale del Paese nelle politiche di contenimento dei flussi migratori: una dinamica che, secondo i dati, contribuisce a moltiplicare i rischi invece di ridurli.

Leggi anche

Le rotte terrestri e quella del Mediterraneo centrale presentano caratteristiche diverse ma ugualmente critiche. Le prime espongono a privazioni estreme: il 98% dei migranti che le percorre segnala almeno un problema grave, con livelli altissimi di fame, mancanza di alloggio e difficoltà economiche. La rotta marittima, invece, concentra livelli più elevati di violenza, sfruttamento e coercizione, soprattutto nei segmenti che attraversano la Libia.

Dopo l’arrivo

Il viaggio, però, non finisce una volta sbarcati. I migranti intervistati raccontano che, arrivati in Italia, il lavoro diventa la priorità principale, insieme alla necessità di apprendere la lingua e affrontare le pratiche burocratiche. L’Italia resta la destinazione finale per l’89% degli intervistati da Fms e per il 97% di quelli intervistati da Medea. Le intenzioni di ritorno sono minime: il 91% non considera di tornare nel Paese di origine, principalmente per motivi di sicurezza e per i debiti contratti durante il viaggio.

Un sistema che produce vulnerabilità

"Il rapporto conferma quello che da anni sosteniamo sulla Libia, ovvero quello che possiamo definire un Paese prigione, in cui la tortura e la negazione dei diritti fondamentali è regola”. A dirlo è Giuseppe Scifo, del Dipartimento Politiche immigrazione europee e internazionali della Cgil: “Per questo abbiamo criticato le politiche del governo italiano e dell’Europa rispetto ai rapporti di collaborazione con la Libia in totale assenza del rispetto dei diritti umani per i migranti”.

“È un quadro che risponde a logiche ben precise: esternalizzazione delle frontiere e respingimenti appaltati alla cosiddetta guardia costiera libica, nella violazione sistematica del diritto internazionale, compresi gli episodi di attacchi armati alle ong impegnate nei salvataggi”, prosegue: “I rapporti tra l'Italia e la Libia non sono per nulla trasparenti rispetto alla gestione dei flussi migratori. La risposta che l'Europa sta mettendo in campo non guarda per nulla a queste contraddizioni”.

Scifo così conclude: “La Cgil, insieme ai sindacati europei, sta promuovendo una forte campagna di opposizione a queste politiche ribadendo la necessità di un’inversione di rotta che guardi al rispetto dei diritti umani, della dignità delle persone in movimento, soprattutto oggi che il complesso quadro internazionale si aggrava sempre più”.