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Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Potrebbe essere questo lo slogan più adatto a definire il modus operandi del governo e soprattutto della ministra alla Disabilità Locatelli. Non ascolta, mai. Nel 2024 ha emanato il decreto ministeriale che avviava la sperimentazione della riforma che assegna al solo Inps tutte le procedure per l’accertamento dell’invalidità civile. Lo stesso decreto prevedeva dal 1° gennaio 2025 l’avvio della sperimentazione in alcune province, per poi passare a tutto il Paese dal 1° gennaio 2026. Ovviamente, viste le difficoltà emerse in corso di sperimentazione, l’avvio definitivo è stato spostato al 1° gennaio 2027
Nel frattempo, le criticità riscontrate e sottolineate da sindacati, patronati, medici di medicina generale e medici legali, non sono state prese in considerazione. Eppure, nel corso di questi mesi più volte alla ministra sono state indicate le difficoltà delle procedure, nate in teoria per semplificare il processo di accertamento dell’invalidità, nella realtà una sorta di corsa a ostacoli sia per i cittadini e le cittadine sia per gli operatori che quel processo dovrebbero seguire.
Cgil: la riforma crea solo problemi
“La riforma della disabilità si sta progressivamente trasformando da intervento di semplificazione amministrativa e di cambio di paradigma nei confronti delle persone con disabilità, come più volte vantato dall’attuale governo, in un problema concreto per migliaia di lavoratrici, lavoratori e persone fragili”, spiega l’Osservatorio Previdenza della Cgil.
Il punto è proprio questo: sembra una riforma fatta apposta per diminuire il numero complessivo delle persone cui si riconosce l’invalidità, perché si rinuncia a presentare la domanda, perché i tempi della procedura si allungano, perché aumenta il numero dei rigetti.
I numeri
I dati della sperimentazione, si legge nell’analisi Cgil, mostrano “criticità sempre più evidenti non solo sul versante del riconoscimento della condizione di disabilità e dell’invalidità civile, ma anche sulle prestazioni d’invalidità e inabilità erogate dall’Inps”.
Nel dettaglio, lo studio rileva che nelle province coinvolte nella prima fase della sperimentazione si registra un forte calo delle domande previdenziali di invalidità e inabilità, che scendono del 13,1 per cento, a fronte di un lieve incremento dell'1 per cento nelle province non coinvolte”. D’altra parte, con l’età media della popolazione italiana che aumenta e, con essa, il numero di persone con pluri-patologie croniche, è scontato aspettarsi un aumento e non una diminuzione delle invalidità.
“Allo stesso tempo – si legge ancora - diminuiscono del 12,1 per cento le domande accolte e del 12,9 per cento le pratiche definite. Per la Cgil il dato più preoccupante riguarda proprio la riduzione delle domande presentate dai cittadini: “Non siamo di fronte unicamente a un rallentamento amministrativo o a un irrigidimento delle valutazioni sanitarie. La nuova organizzazione introdotta dalla riforma sta producendo un effetto di ‘raffreddamento’ dell’accesso alle tutele previdenziali".
Le prospettive
Che succederà quando questo sistema sostituirà in tutto il Paese quello esistente? Quanti uomini e donne non riusciranno a vedere riconosciuta la propria disabilità, quindi a esigere i propri diritti? Secondo una simulazione “prudenziale” dell’Osservatorio Previdenza sugli effetti che il nuovo modello potrebbe produrre una volta esteso all'intero territorio dal 1° gennaio 2027, applicando a livello nazionale il calo del 13,1 per cento registrato nelle province sperimentali, il sistema potrebbe registrare una riduzione potenziale di circa 25.447 domande annue di invalidità e inabilità previdenziale, rispetto alle attuali 194.251 domande presentate ogni anno.
Diritti negati
Stiamo parlando di persone che avrebbero bisogno di assistenza e presa in carico, non di abbandono da parte dello Stato. “Parliamo di oltre 25 mila lavoratrici e lavoratori in condizioni di fragilità gravi, progressive o invalidanti, che pur avendo diritto all'assegno ordinario d’invalidità o alla pensione di inabilità previdenziale, rischierebbero di non accedere correttamente alla tutela”, prosegue la Cgil: “Un elemento particolarmente grave, perché non si tratta di prestazioni assistenziali generiche, ma di diritti previdenziali fondati sulla contribuzione versata nel corso della vita lavorativa”.
Avvisi ripetuti
La Confederazione ricorda che “le criticità della riforma erano già emerse più volte nelle province coinvolte nella sperimentazione, e da noi tempestivamente denunciate: la carenza di commissioni Inps e di medici di medicina legale, i costi elevati dei certificati introduttivi, la riduzione del ruolo dei patronati nella fase iniziale delle procedure e la continua stratificazione normativa, che stanno producendo ritardi, confusione e incertezza proprio nei confronti delle persone più fragili”.
E c’è di più: “Il ‘progetto di vita’ individuale personalizzato e partecipato, fortemente richiesto da moltissime persone con disabilità e dalle loro famiglie, a causa soprattutto della scarsità di risorse destinate potrebbe non raggiungere una sua attuazione concreta”.
Un sistema sempre più frammentato
Un altro limite evidenziato risiede nella moltiplicazione dei soggetti che dovrebbero occuparsi dei più fragili. “A complicare ulteriormente il quadro – si legge nell’analisi – sono intervenute anche le recenti modifiche normative sulla non autosufficienza e sugli over 70, che stanno creando un sistema sempre più confuso e frammentato”.
Da una parte vengono “rinviate parti della riforma, dall’altra si reintroducono procedure precedenti con il ripristino delle commissioni Asl, in molti territori soggetti a sperimentazione quasi del tutto soppresse, determinando nuovi disagi, duplicazioni e allungamenti dei tempi. E anche per le persone anziane si registra un allarmante calo delle domande presentate per prestazioni d’invalidità civile, come l’indennità di accompagnamento”.
La Cgil così conclude: “Il rischio concreto è che una riforma nata con finalità di semplificazione amministrativa finisca per produrre l'effetto opposto: ostacolare l'accesso ai diritti previdenziali e sociali, lasciando sole proprio le persone che avrebbero maggiore bisogno di tutela”. Ma questa tendenza sembra essere il vero obiettivo del governo: riduzione dei diritti, riduzione del perimetro pubblico.






















