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Quasi mille morti in poco più di tre mesi. Il Mediterraneo si conferma la rotta migratoria più letale al mondo e il 2026 si sta già configurando come uno degli anni più drammatici di sempre. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, tra gennaio e marzo si contano almeno 890 persone morte o disperse nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare. È il dato più alto mai registrato nei primi tre mesi dell’anno da quando, nel 2014, il progetto Missing Migrants monitora le vittime lungo le rotte migratorie. Già il solo mese di gennaio 2026 è stato il più mortale degli ultimi dodici anni. Un aumento superiore al 150% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Un mare di morti
Si tratta di un'impennata eccezionale su dati già impressionanti. Secondo i dati forniti dall'Oim, infatti, dal 2014 a oggi, nel Mare Nostrum si sono perse 34.652 vite. La stragrande maggioranza per annegamento, quasi 32 mila i casi registrati, ma anche per ipotermia, malattie, violenze o mancanza di cibo e acqua. Ma il dato reale potrebbe essere molto più alto, considerando le numerose sparizioni mai documentate. Ad uccidere di più è però il Mediterraneo centrale: lungo questa rotta si contano oltre 26 mila morti, la stragrande maggioranza.
A rendere ancora più pericolosa la traversata contribuiscono anche le condizioni climatiche. Nelle prime settimane del 2026 eventi estremi, come il ciclone che ha colpito il Sud Italia, hanno aumentato i rischi in mare e reso più difficili le operazioni di soccorso e recupero dei corpi.
L’ultima tragedia: oltre 70 dispersi
Dentro questo quadro si inserisce l’ennesimo naufragio, avvenuto a Pasqua. Un’imbarcazione partita da Tajoura, in Libia, si è ribaltata in mare aperto a causa del maltempo. A bordo c’erano 105 persone. Solo 32 sono sopravvissute, due i corpi recuperati, mentre oltre 70 risultano dispersi.
I superstiti sono rimasti per ore in acqua, aggrappati ai relitti del barcone, fino all’arrivo di due navi mercantili che li hanno soccorsi. Trasferiti a Lampedusa, sono in forte stato di choc. Le loro testimonianze hanno permesso di ricostruire le dimensioni della tragedia.
Respingimenti in aumento verso la Libia
Parallelamente all’aumento delle vittime, cresce anche il numero delle intercettazioni in mare e dei respingimenti verso la Libia. Altri dati dell’Oim mostrano una continuità impressionante: tra inizio e fine marzo, e nei primi giorni di aprile, centinaia di persone sono state intercettate e riportate indietro nel giro di pochi giorni. 78 tra il 29 marzo e il 4 aprile, 190 tra il 22 e il 28 marzo 2026, addirittura 507durante la settimana precedente. Più di 3.500 da inizio anno.
Si tratta di una tendenza consolidata. Nel 2025 sono stati 27.116 i migranti intercettati in mare e riportati in Libia, con un aumento del 24,6% rispetto ai 21.762 del 2024. Un incremento che segnala il rafforzamento delle operazioni di contenimento lungo la rotta. La stragrande maggioranza di questi migranti finisce poi nei centri di detenzione libici, più volte denunciati da organizzazioni internazionali per le condizioni di vita e le violazioni dei diritti umani.
Meno partenze, più morti
Il dato più evidente è il paradosso di questa fase: diminuiscono gli arrivi, ma aumentano le morti. Secondo il Ministero dell'interno, dal primo gennaio a 5 marzo 2026 sono sbarcate sulle coste italiane solo 4.554 persone. Nello stesso periodo dello scorso anno erano state 7.125.
“Molte organizzazioni non governative della flotta civile sono impelagate in ricorsi amministrativi contro i fermi e le sanzioni. Ricorsi che tra l'altro, dopo i tempi lunghi della giustizia, tendono a darci ragione e a liberare le navi – racconta Laura Marmorale, la presidente di Mediterranea saving humans -. Quelle navi però, nel frattempo, restano ferme e inutilizzate".
Le motovedette della Guardia Costiera italiana sbarcano cadaveri, "non più naufraghi ma cadaveri. Questo è il risultato plastico di come non stiano funzionando né le esternalizzazioni delle frontiere né la cooperazione con i paesi frontalieri, come la Libia e la Tunisia. Insomma la presunta protezione dei confini si sta traducendo in morti. Quindi peri governi europei la vita delle persone conta molto meno della fantomatica protezione di un confine”.
Intanto, il governo italiano continua parlare di “blocco navale” contro i migranti. “Invece di pensare a come fermare le guerre e consentire alle persone di restare a casa propria – conclude Marmorale -, si pensa a come fermare i migranti che da quelle guerre scappano e le navi delle organizzazioni non governative che li provano a salvarli. Così la strage nel Mediterraneo centrale continua. Mi sembra che la scala delle priorità sia completamente saltata”.




























