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Maquiladoras, dove le imprese la fanno franca

Foto: Lucio Melandri Sintesi
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Un milione di addetti nel nord del Messico. Circa 400 mila in America centrale: le donne sono la maggioranza della manodopera. Col fast fashion il lavoro è peggiorato

Maquila o maquiladora è il termine gergale usato in America Latina per indicare le zone industriali di esportazione, o zone franche (Epz). L'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) - ricorda il Rapporto Solidar - ha definito le Epz “zone industriali con incentivi speciali creati per attirare investitori stranieri, in cui i materiali importati subiscono un certo grado di trasformazione prima di essere (ri)esportati nuovamente”. Le Epz vanno dalle zone di libero scambio alle zone economiche speciali, dai magazzini doganali ai porti franchi e alle maquiladoras.

In Messico, più di un milione di persone lavorano in oltre tremila stabilimenti di produzione o di assemblaggio nel nord del Paese, producendo componenti per gli Stati Uniti e altri mercati. Le maquiladoras, sfruttando il basso costo del lavoro e i vantaggi fiscali, producono principalmente apparecchiature elettroniche, abbigliamento, plastica, mobili, elettrodomestici e ricambi auto. Il novanta per cento delle merci prodotte dalle maquiladoras viene spedito al nord verso gli Stati Uniti.

In America centrale, invece, le maquilas occupano circa 400mila lavoratori, per lo più donne (dal 60% all'80% della forza lavoro del settore). “Sono spesso ragazze povere - sottolinea Solidar -, poco istruite e con figli (molte di loro sono madri single), scappate dalle zone rurali. La maggior parte delle lavoratrici hanno tra i 15 e i 35 anni. I governi dell'America centrale forniscono alle Epz condizioni e regimi giuridici speciali, tra cui un pacchetto di privilegi e regolamenti differenziati. Alcuni elementi comprendono generosi incentivi fiscali, manodopera a basso costo (e preferibilmente non sindacalizzata) e scarse regole”.

Circa l'80% delle maquilas dell'America centrale sono legate all'industria dell'abbigliamento. Sono di proprietà di aziende degli Stati Uniti, dell'Asia e dell'Europa, e il loro mercato di consumo primario è quello degli Stati Uniti.

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La catena globale di fornitura è il sistema che le aziende utilizzano per reperire e distribuire i loro prodotti e servizi dall'origine al cliente. È un sistema per sfruttare le persone nei paesi in via di sviluppo. Le aziende spostano le attività dai paesi a salario più alto a quello più basso per utilizzare manodopera a basso costo, sfuggire alla regolamentazione governativa e ridurre la tassazione in una perenne "corsa al ribasso".

Negli ultimi anni l'evoluzione verso il fast fashion, col lancio di più collezioni a stagione, sta causando “un enorme stress nelle maquilas. La pressione sui lavoratori aumenta - denuncia Solidar -: lavorano di più per meno soldi, a un ritmo infernale, per salari da fame e in un ambiente malsano”.