Fare un bilancio dell’attuazione italiana di Next Generation Eu, il grande piano di finanziamenti europei — in parte a fondo perduto e in parte come prestito — da cui è nato il Pnrr, non è affatto semplice.

Lo stato dell’arte

Il Piano è imponente: 194 miliardi di euro da spendere in cinque anni per raggiungere target e obiettivi definiti. Tuttavia, i sistemi di rendicontazione economica e quelli per monitorare l’avanzamento dei progetti si sono rivelati farraginosi, difficili da implementare e lenti nell’analisi.

Tra oltre 300 obiettivi, investimenti e riforme, il sistema Regis — che dovrebbe essere utilizzato da Comuni, Regioni, Asl e altre amministrazioni — è partito in ritardo; alcuni ministeri hanno sviluppato piattaforme proprie e il sito Italia Domani non risulta adeguatamente aggiornato. Capire davvero a che punto siamo, quindi, non è semplice.

Considerazioni preliminari

CHRISTIAN FERRARI CGIL
CHRISTIAN FERRARI CGIL
Christian Ferrari, Cgil (IMAGOECONOMICA)

Se è vero che una prima scadenza era fissata al 30 giugno, è altrettanto vero che il Pnrr non si è concluso con la fine di questo mese. Lo ricorda Christian Ferrari, segretario confederale della Cgil: “Il Pnrr non è affatto terminato ed è, anzi, in pieno svolgimento: il 12 giugno scorso l’Italia ha avanzato alla Commissione europea un’ulteriore proposta di revisione del Piano; una imponente quantità di lavori è in fase di completamento o di definitiva fuoriuscita dal Pnrr; nei giorni scorsi la Ragioneria generale dello Stato ha inviato a tutte le amministrazioni le istruzioni operative per la rilevazione delle economie di spesa. La data spartiacque sarà il prossimo 31 agosto”.

Per le analisi c’è ancora tempo

C’è dunque ancora tempo per avviare un’analisi complessa. Il punto di partenza è una questione preliminare: il Pnrr, anche nelle intenzioni europee, avrebbe dovuto essere un grande piano partecipato, capace di trasformare l’esperienza negativa della pandemia in un’occasione per migliorare la società. Questo obiettivo però non è stato pienamente raggiunto. Lo afferma ancora Ferrari: “La gestione del governo Meloni ha accentuato in maniera parossistica alcuni orientamenti già presenti nella gestione del governo Draghi con, in più, i tratti tipici della cultura politica della destra. Il piano, da essere uno strumento del Paese, è diventato di proprietà di Palazzo Chigi con venature antidemocratiche molto allarmanti”. 

Come sottolinea il sindacalista, “è sparito del tutto il confronto con il partenariato economico e sociale, considerato un’inutile perdita di tempo; sono stati approvati decreti-legge omnibus di dimensioni imponenti, i cui contenuti sono stati costruiti in oscuri tavoli di lavoro, senza che nemmeno il Parlamento abbia potuto toccare palla. Si tratta di modalità che, attraverso una potente concentrazione e verticalizzazione del potere decisionale e di risorse economiche da distribuire, rischiano perfino di compromettere trasparenza e democraticità dei processi decisionali del nostro Paese”.

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Limiti pesanti

L’allarme lanciato da Ferrari non sembra isolato. Ali, la Lega delle autonomie locali, in un documento elaborato poche settimane fa, ha messo in evidenza i principali limiti del Pnrr. Il quadro che ne emerge dovrebbe far riflettere, se non preoccupare: “Esistono limiti politici e strutturali che non possono essere elusi. Il primo riguarda la debolezza della visione complessiva. Il Piano ha mobilitato una quantità di risorse eccezionale, ma non sempre è riuscito a trasformarsi in una strategia organica di sviluppo territoriale. In più casi è apparso come una sommatoria di missioni e misure, con un rapporto troppo debole con i territori e con i corpi intermedi, e con una discussione pubblica spesso insufficiente. Ne è derivata una percezione opaca del Piano, accentuata dalle continue revisioni e dalla difficoltà, per cittadini e amministratori, di comprendere con chiarezza che cosa venisse spostato, ridotto o ridefinito”.

Meno pubblico, più privato

Ridurre i divari territoriali, di genere e generazionali: era questo l’obiettivo di fondo del Pnrr. Proprio il riconoscimento della profondità di questi divari ha portato all’Italia la quota più consistente di risorse. Ma questo obiettivo è stato davvero raggiunto? In parte sì, in gran parte no. Basti pensare che la riserva di genere dei posti di lavoro prodotti con gli appalti del Pnrr è stata subito ridotta e poi praticamente elusa. Così come, ancora per fare un esempio, la costruzione di nuovi asili nido, ridimensionati rispetti al progetto originario, non ha affatto avvicinato il numero di posti disponibili nelle regioni del Sud a quello delle regioni del Nord. Ma soprattutto le otto revisioni prodotte dal governo Meloni hanno fatto cambiare di segno il Piano. Molto meno pubblico molto più privato.  

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Meno risorse al sociale

“Il governo Meloni - sottolinea il segretario confederale della Cgil - ha ridotto sensibilmente le risorse relative alle spese sociali e agli investimenti diretti, a favore di incentivi a pioggia alle imprese con condizionalità sempre più deboli; oltre a ridimensionare fortemente le ambizioni in tema di transizione ambientale, con il riscaldamento climatico che proprio in questi giorni sta dimostrando di aver raggiunto livelli a dir poco allarmanti. A questo si aggiunga una gestione fallimentare su investimenti esemplari per la credibilità del Piano, con particolare riferimento all’attuazione della riforma della sanità territoriale, agli asili nido e alla sostanziale cancellazione dell’investimento per la lotta agli insediamenti abusivi in agricoltura”.

Si doveva fare di più e meglio

È ancora il documento di Ali a puntare il riflettore su un’occasione persa: “Un limite riguarda il rapporto tra investimenti e trasformazione economica. Un grande piano di opere, da solo, non basta a modificare la struttura produttiva e territoriale del Paese. Se non si accompagna a una politica industriale, a un rafforzamento delle filiere locali, a una strategia per il Mezzogiorno, per le aree interne e per le periferie urbane, il rischio è che l’effetto del Piano resti diseguale, o addirittura accentui squilibri già esistenti”.

Un primo bilancio

Un bilancio si può e si deve fare. Non si sottrae Ferrari: “È certamente vero che le risorse del Pnrr hanno consentito di evitare che l’Italia andasse in recessione, ma il contributo alla crescita è stato minimo, l’obiettivo di ridurre diseguaglianze sociali e divari territoriali è stato sostanzialmente mancato. Il cambiamento di un modello di sviluppo ormai insostenibile sia dal punto di vista ambientale che da quello sociale non è stato neppure tentato”.

Una riflessione per il futuro

Per dar vita al piano di risorse straordinarie l’Europa ha, temporaneamente, abbandonato il patto di stabilità e ha creato debito comune, insomma ha fatto l’Europa. Il monito di Ferrari parte dunque da qui: “Un’esperienza che sarebbe un drammatico errore chiudere in una parentesi pandemica per confermare il definitivo ritorno alle politiche di austerità che, insieme alle crisi geopolitiche in corso, stanno minacciando la stessa sopravvivenza della manifattura italiana ed europea e dell’occupazione di qualità ad essa legata”.

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