Un'estate da record per lo sport italiano. Ginnastica artistica e ritmica, atletica, nuoto: un medagliere che si è riempito di ori, argenti e bronzi, conquistati da ragazze e ragazzi giovanissimi capaci di portare sul podio il talento, la fatica e la determinazione di una nuova generazione di atleti. Ma nel nostro Paese il patriottismo vale solo per uomini bianchi possibilmente eterosessuali e, ogni tanto, per qualche donna che rientri rigorosamente nei rigidissimi canoni del patriarcato.

Tra i protagonisti dei successi di queste gare estive ci sono molte donne. Eppure, anche quando vincono, anche quando fanno risuonare l'inno e portano il tricolore sul podio, sui social (e non solo) c'è sempre qualcuno che riesce a spostare l'attenzione dal risultato al loro corpo. Perché l'entusiasmo, evidentemente, fa meno rumore dell'insulto. E un commento sessista, violento o denigratorio continua ad avere più spazio di un complimento.

Non è un problema che riguarda soltanto lo sport. E forse è proprio qui che si trova il filo rosso che lega storie apparentemente lontanissime.

Lo sguardo sulle atlete

Che quello dello sguardo sulle sportive sia un problema tutt'altro che marginale lo dimostra anche una novità arrivata nelle ultime settimane. L'European Broadcasting Union, insieme a European Athletics, ha diffuso nuove linee guida per le riprese televisive dell'atletica femminile con l'obiettivo di contrastare la sessualizzazione delle sportive e riportare al centro la prestazione.

Le indicazioni riguardano concretamente il modo di riprendere le gare: evitare, per esempio, inquadrature dal basso o troppo ravvicinate che possano spostare l'attenzione dal gesto atletico al corpo dell'atleta.

Una scelta che dice molto di come, ancora oggi, anche attraverso le immagini, il corpo delle sportive rischi di diventare più importante di ciò che quel corpo è capace di fare.

Ma se cambiare lo sguardo delle telecamere è necessario, lo è anche cambiare quello di chi guarda.

Manila Esposito e le medaglie che non bastano

Lo dimostra la storia di Manila Esposito, protagonista dei Campionati europei di ginnastica artistica. Tre medaglie per lei: l'oro al corpo libero, l'argento alla trave e un altro argento con la squadra italiana nella finale di domenica.

Un risultato straordinario. Che per alcuni utenti social, però, è passato in secondo piano rispetto al suo aspetto fisico. Il suo corpo, secondo i commenti comparsi online, non risponderebbe ai presunti canoni estetici.

“Non è possibile che nel 2026 ci siano ancora persone che commentano i corpi delle donne e degli uomini”, ha detto l'atleta a Repubblica. “Non ha senso, siamo tutti diversi, non esiste uno stereotipo di bellezza o di perfezione da inseguire. Non solo nella ginnastica, ma in nessuno sport”.

Una risposta semplice e potentissima. Perché il corpo di un'atleta non è un oggetto da giudicare: è lo strumento attraverso cui costruisce il proprio risultato. È allenamento, disciplina, sacrificio. È il corpo che salta, corre, nuota, resiste, cade e si rialza.

Dallo sport alla violenza

Potrebbe sembrare un'altra storia, lontanissima da quella di un'atleta insultata sui social per il suo aspetto. E invece il filo rosso è lo stesso.

Qualche giorno fa, a Milano, una ragazza di 19 anni ha denunciato di essere stata violentata dopo una serata trascorsa in discoteca. Ai carabinieri ha raccontato di aver conosciuto un uomo sulla quarantina nel locale e, dopo aver trascorso con lui parte della serata, sarebbe stata abusata. 

Ma ancora una volta, sui social, il racconto della violenza è diventato per molti l'occasione per giudicare la vittima.

“Te la sei cercata”, “Ti ubriachi e stai con un quarantenne, cosa pensavi, di giocare a carte?”. “Si vestono nude e poi si stupiscono”. Una sequela di commenti che si fa fatica perfino a ripetere.

Il salto dall’insulto sul fisico di un'atleta e la colpevolizzazione di una donna che denuncia una violenza sessuale può sembrare lungo quanto il record di Larissa Iapichino. Ma alla base c'è una stessa, pericolosa idea: il corpo femminile come qualcosa su cui gli altri si sentono autorizzati a esprimere un giudizio e ad attribuire una colpa. 

Il corpo che non appartiene mai davvero a chi lo abita

Troppo magro. Troppo muscoloso. Troppo formoso. Poco femminile. Troppo scoperto. Troppo ubriaca. Vestita in un certo modo. In compagnia della persona sbagliata.

Il corpo delle donne sembra non riuscire mai a sottrarsi a un esame permanente. Cambiano le circostanze, cambiano le parole, cambia la gravità dei fatti. Ma resta l'idea che quel corpo possa essere osservato, commentato, valutato, sessualizzato e, quando serve a qualcuno per giustificare una violenza, persino trasformato in una prova contro la donna stessa. Un’idea che nasce e si alimenta in quella cultura dello stupro che è alla base del patriarcato. 

È per questo che le nuove linee guida sulle riprese delle atlete non sono un dettaglio tecnico. E per questo la risposta di Manila Esposito non riguarda soltanto la ginnastica.

Cambiare lo sguardo significa smettere di considerare il corpo delle donne come qualcosa da valutare continuamente: per la sua forma, per i vestiti che indossa, per quanto beve, per chi frequenta, per come si muove.

Un corpo non è un invito, non è una colpa e non deve superare alcun esame di bellezza.

Il corpo di Manila Esposito le ha permesso di salire sul podio. Il corpo di una ragazza che denuncia una violenza non ha mai dato a nessuno il diritto di abusarne.

Poter abitare il proprio corpo senza essere giudicate non è una pretesa, è un diritto.