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Il 24 giugno si celebra la Giornata nazionale delle periferie urbane, istituita dalla legge 170/2024 per accendere i riflettori su inclusività, sostenibilità e sicurezza di queste aree. Per la Cgil, tuttavia, l’appuntamento non può ridursi a una semplice ricorrenza: deve essere un momento di ferma denuncia contro diseguaglianze, disagio sociale e contraddizioni storiche a lungo ignorate dalla politica.
I quartieri periferici soffrono oggi di un pesante isolamento strutturale. La carenza di trasporti, la mancanza di spazi di aggregazione, di verde e di servizi sanitari ed educativi, uniti al colpevole abbandono degli immobili di edilizia residenziale pubblica, hanno generato una precarietà multidimensionale che esclude i più deboli.
Fino ad oggi i programmi di trasformazione urbana hanno mostrato limiti cronici, basandosi su finanziamenti una tantum che hanno impedito una programmazione organica. A questo vuoto il governo ha risposto con la logica dell’emergenza e dello “stato d'eccezione”.
I decreti Caivano e Caivano bis hanno stabilizzato un modello d’intervento straordinario e repressivo che la Cgil respinge con forza. Le misure spot che blindano temporaneamente piccole porzioni di territorio non funzionano se il resto rimane abbandonato: il degrado non si combatte con la forza o con il solo cemento, ma restituendo dignità, diritti e partecipazione democratica.
Le recenti scelte politiche hanno acuito le distanze sociali. A fronte di una povertà diffusa, sono stati tagliati i sostegni ai redditi ed è stata ridotta la platea dei beneficiari. Agli enti locali si susseguono tagli sui servizi e definanziamenti ai programmi di rigenerazione urbana, a partire dalla rimodulazione del Pnrr e dai ritardi sui progetti Pinqua e sui Piani urbani integrati.
Anche il nuovo Piano Casa è del tutto inadeguato. Privo di un governo centrale delle trasformazioni e di risorse pubbliche sufficienti, il piano si affida quasi interamente ai privati e al mercato: il rischio concreto è che le zone più svantaggiate rimangano escluse da un reale interesse economico, lasciando spazio solo a operazioni speculative, espulsione di famiglie, lavoratrici e lavoratori a basso reddito e privatizzazione del patrimonio comune.
La Cgil propone un radicale ribaltamento della prospettiva: la casa deve essere riconosciuta come un’infrastruttura sociale indispensabile, un diritto universale esigibile al pari della salute e dell’istruzione, da sottrarre alle logiche speculative e da legare strutturalmente alle politiche del lavoro e della dignità umana.
Per scardinare la logica fallimentare dei bandi e della frammentazione istituzionale, sono necessari alcuni presupposti strutturali. In primo luogo, una mappatura basata sui bisogni sociali e una perimetrazione dei quartieri vulnerabili che si fondi su indicatori multisettoriali, analizzando la povertà delle famiglie, la disoccupazione, il lavoro povero, la povertà educativa e lo stato di degrado edilizio. Sono i bisogni sociali a dover definire gli aggregati e i perimetri degli interventi, non il contrario.
In secondo luogo, esigiamo un piano programmato di edilizia residenziale pubblica, che rappresenta una componente fondamentale del tessuto urbano e sociale delle periferie. Le risorse devono essere certe, pubbliche e costanti nel tempo, superando la fallimentare logica dei bandi e delle gestioni commissariali, bloccando le dismissioni, procedendo al recupero immediato degli immobili inutilizzati e degradati, e permettendo una corretta programmazione di interventi integrati con edilizia residenziale sociale, per rispondere anche ai bisogni di un ceto medio impoverito che, seppure sostenuto da un lavoro, non trova compatibilità col mercato.
Infine è necessaria l’integrazione tra abitazioni e reti di trasporto pubblico efficienti, per rompere l’isolamento materiale e abbattere i tempi di vita-lavoro, insieme a un welfare territoriale fondato su una legge quadro nazionale sulla rigenerazione urbana che integri urbanistica e servizi sociali.
Un processo democratico e partecipato è l’unico vero argine contro i metodi repressivi e calati dall’alto, perché rigenerare le città significa attuare una riqualificazione che sia contemporaneamente fisica, sociale e ambientale.
È il momento di superare le logiche autoritarie e securitarie, scommettendo sulla partecipazione dei territori e sulla dignità del lavoro per costruire città realmente a misura di persona.
Laura Mariani, responsabile delle Politiche abitative e per lo sviluppo urbano della Cgil Nazionale






















