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Sono 15 anni, anzi forse 20 che ciclicamente si prova a riformare la sanità territoriale, a partire dai medici di medicina generale, e che a poco dall’arrivo tutto si ferma. Così la funzione e il ruolo del medico di medicina generale si svalorizza e si svuota. Questa la sintesi e il cuore del messaggio che Giorgio Barbieri, medico di medicina generale in Lombardia e coordinatore nazionale mmg Fp Cgil, lancia a chi ha il potere di decidere. Assieme a una fortissima delusione: “Sono stanco e arrabbiato” ci dice.
La non-riforma Schillaci
Facciamo un passo indietro. Il testo di riforma delle cure primarie e dei mmg preparato dal ministro della Salute Schillaci e condiviso con la Conferenza delle Regioni è stato ritirato, o meglio, come hanno precisato dalle parti del governo, non è stato proprio presentato. Peccato che entro il 30 giugno devono cominciare a fornire i servizi, per i quali sono state previste dal dm 77, le Case di comunità “costruite” con i fondi del Pnrr. Quelle pensate dopo il Covid, con l’inevitabile costatazione che la sanità di territorio fosse quasi inesistente.
“Per non sprecare le tante risorse del Pnrr previste per la Missione salute e per realizzare la riforma dell'assistenza territoriale – dichiarano la segretaria confederale Cgil Daniela Barbaresi e il segretario generale Fp Cgil Federico Bozzanca – il governo ha la responsabilità di aprire una discussione parlamentare e trattare seriamente la riforma che coinvolge i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta. Stiamo assistendo a un pessimo teatrino”.
E già perché quel testo, elaborato ma ritirato prima di essere presentato, non è mai stato discusso con i sindacati, ma nemmeno in Parlamento. Appena se ne è avuto notizia la Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg) si è schierata contro, e divisioni all’interno della maggioranza di governo hanno fatto sì che il ministro lo rimettesse nel cassetto.
Perché la riforma è naufragata
Due i veri nodi del contendere: la scuola di specializzazione universitaria e la dipendenza diretta dal Servizio sanitario nazionale dei cosiddetti medici di famiglia e dei pediatri di libera scelta. Esattamente i punti qualificanti di qualsiasi riforma della medicina territoriale.
Secondo Giorgio Barbieri, il punto di vista fondamentale da cui partire nel fare una riforma “dovrebbe essere cosa serve al datore di lavoro, cioè al sistema Paese, che ha bisogno di un'offerta differente di medicina generale”. Per questo, prosegue, “la scuola di specializzazione universitaria è indispensabile, così come la dipendenza dal Ssn”.
La riforma presentata e ritirata aveva inoltre “il merito di prevedere il doppio canale, sia il regime di convenzione come è oggi sia la dipendenza. Così ci saremmo contati e probabilmente avremmo scoperto che sono molti i medici di medicina generale che vorrebbero essere dipendenti del Ssn".
Anche Barbaresi e Bozzanca sostengono che “bisogna avere la determinazione di prevedere la scuola di specializzazione universitaria in medicina generale, di comunità e di cure primarie, così come per tutte le altre specialità mediche, e prevedere la possibilità per i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta di entrare alle dipendenze del Servizio sanitario nazionale”.
Il rapporto tra medico e paziente
Una delle obiezioni della Fimmg alla dipendenza sembra essere più uno spauracchio. A Barbieri, infatti, abbiamo chiesto che fine farebbe il rapporto medico-paziente se i mmg diventassero dipendenti del Ssn e popolassero le Case di comunità. “Non cambierebbe nulla”, risponde: “Non è scritto da nessuna parte nella riforma Schillaci che con le Case di comunità si perda il rapporto di fiducia medico-paziente, i pazienti continuerebbero a essere iscritti al proprio medico. Questo è uno spauracchio, lo stanno inventando per spaventare la gente. Ripeto: non c'è una parola nella riforma che dica una cosa del genere”.
Aggiunge Barbieri: “Forse le cose migliorerebbero visto che nelle regioni del Nord quel rapporto lo abbiamo in parte già perso a causa della enorme mancanza di mmg. C'è una tale carenza di medici di medicina generale che tantissime persone, ormai si contano a milioni, non hanno il medico di medicina generale, quindi devono ricorrere a presidi improvvisati”.
Senza mmg non c’è sanità territoriale
E già: nel corso degli ultimi dieci anni siamo passati da circa 45 mila medici di medicina generale ai 34 mila in servizio nel 2023. E ogni anno ne vanno in pensione tra i 2 e i 3 mila senza essere sostituiti. Altro che rapporto medico-paziente, ci verrebbe da dire.
“Occorre superare l’attuale modello frammentato e costruire una sanità territoriale realmente prossima ai bisogni delle persone”, riprendono Barbaresi e Bozzanca: “I medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta devono essere messi nelle condizioni di esercitare la loro attività nelle Case di comunità e nelle altre sedi dei servizi distrettuali nell'ambito di equipe multiprofessionali, anche come dipendenti del Ssn, contribuendo a sviluppare l'assistenza territoriale e la medicina d'iniziativa mettendo al centro i bisogni delle persone e delle comunità”.
Perché no
Cosa osta alla riforma è l’ulteriore domanda alla quale ci ha risposto Barbieri: “Interessi nella gestione della formazione professionalizzante che, se si attivasse la specializzazione universitaria, verrebbero meno, da un lato, e la possibilità di privatizzare interi pezzi del servizio, dall’altro. Già oggi in Lombardia esistono mmg privati e la Fimmg si è pubblicamente detta disponibile a prendersi la gestione di alcune Case di comunità a Brescia e altrove”. Insomma, ciò che appare chiaro è la volontà evidente dei aprire al privato la medicina territoriale. E per scongiurarlo è necessaria la riforma.
Bene comune o privatizzazione?
Per Barbaresi e Bozzanca “attendere il prossimo Atto di indirizzo per capire il possibile funzionamento dell’organizzazione del lavoro nelle Case di comunità farà perdere anni preziosi, oltre a essere irresponsabile. Oggi il Governo Meloni, delegittimando il ministro della Salute, dimostra non solo poco coraggio, ma subalternità a interessi corporativi e non volontà di agire per il bene comune”.
Infine, rimane irrisolto “il nodo della mancanza delle risorse, a partire da quelle necessarie all’assunzione e alla valorizzazione del personale per attuare la riforma dell'assistenza territoriale e rendere effettivamente operative case e ospedali di comunità, nonché i distretti socio sanitari, in un quadro di forte integrazione socio sanitaria. Ancora una volta - concludono la segretaria confederale Cgil e il segretario generale Fp - è evidente la volontà del governo di rallentare le riforme necessarie, confermando la scelta di privatizzazione del Ssn”.





























